Blues per cuori solitari e vecchie puttane, di Massimo Carlotto

Cosa scrivere di un libro che già dalla copertina ti fa piacere tenere tra le mani, che già dal titolo ti suggerisce una malinconia senza fine, disegnando un mondo di uomini e donne dai cuori feriti ma non domi, cosa aggiungere sul romanzo di un Maestro che mantiene le promesse. Difficoltoso, lasciatemelo dire, parlarvi del nuovo caso dell’Alligatore, Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane. Leggerlo è stato, più che scoprire una storia, un lasciarsi andare alle sensazioni: è stato un accordo su corde allentate, un bicchiere di vino di troppo in una sera fredda, il fumo di una sigaretta che secca la gola. Forse questa mia descrizione -che, al solito, non andrà oltre- sembrerà sin troppo idilliaca, considerato che il romanzo è attraversato da feroci assassini e trafficanti di droga, da schiave del sesso e funzionari corrotti, da ricatti e menzogne.

Eppure è questo che Massimo Carlotto ci propone, una storia che va ben oltre la semplice narrazione, superando luoghi e azioni. È vero, rivediamo, e con quale piacere, Beniamino Rossini, non piegato dall’età, segnato dal dolore; abbracciamo nuovamente Max, che cerca nel cibo conforto alla solitudine del fuggitivo; ritroviamo vecchie amicizie e incontriamo nuovi cattivi. Ma, come già accaduto durante la lettura de La banda degli amanti, al di là della storia in sé – complessa e spaziante tra « male vite » di luoghi e di estrazioni differenti- le voci che maggiormente ho ascoltato in queste pagine, e che hanno sovrastato il coro degli amici di sempre, di sodali, avversari, vittime e carnefici, sono quelle dei due antagonisti, più distanti (moralmente), più vicini (fisicamente) che mai.

L’intero romanzo poggia sulle spalle di un Marco Buratti sempre più braccato ed estromesso dalla società e di un Giorgio Pellegrini che della società sfacciatamente si nutre e si pasce. E dunque, pur tuffata in una narrazione intrigante e scorrevole, cesellata dall’inchiostro essenziale e scarno che Carlotto adopera da sempre, io ho letto in Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane una doppia confessione. Le voci narranti si intrecciano, come se i due nemici, separati da uno specchio spia, parlassero alla propria immagine, liberamente riversandovi pensieri, desideri, scopi, e solo incidentalmente descrivendo quanto accade. Il doppio monologo è interiore e sincero: l’Alligatore, stanco delle fughe e della solitudine, ma deciso a non rinunciare ai propri -chiamiamoli così- “ideali di delinquenza” si osserva senza compiacimento nella sua affannata ricerca di affetti, di giustizia, di respiro; Giorgio, il perfido, l’infido, il megalomane Pellegrini, si pavoneggia senza vergogna, certo del suo potere di manipolatore, di dominatore delle situazioni, anche delle più sfavorevoli. I due personaggi sembrano rappresentare in tutto la dicotomia esistente nella società odierna: scegliere una via larga, sgomitando e sopraffacendo senza scrupoli, fino ad arrivare al “successo” o piuttosto percorrere strade secondarie, solitarie e disseminate di scrupoli e principi, uscendone a mani pulite, ma zoppicante? E tra le due opzioni qual è la vincente?

Il punto, per me almeno, non è questo. Il punto è riuscire ancora a guardarsi nello specchio, scorgendo un’immagine che abbia forma umana; sopravvivere senza perdersi. Il punto è aprire il petto e rivelare di avere un cuore.

E ascoltando i due contendenti, io riconosco un battito soltanto. Se pure il battito di un cuore fuorilegge.

 

Blues per cuori fuorilegge e vecchie puttane, Massimo Carlotto – Edizioni E/O, 2017 – 213 pagg., 16 euro

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Categorie: diLetti

Autore:diLetti e Riletti

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