Mia madre non ha mai visto il Colosseo

Mia madre non ha mai visto il Colosseo. Quando ne parlano, sbuffa, alza le spalle, a far vedere quanto la annoia sentirne parlare, troppo. E cambia discorso.

Ha passato la vita sulla piana, tra le chiuse e le fornaci, a preparare caffè, panini e un peroncino, tra operai che vanno e vengono e alla fine li saluti come amici, rumeni e moldavi, perché gli hai preparato un panino e un caffè e un peroncino per anni. Per alcuni mia madre ci ha pure pianto, quando sono finiti nei giornali che mettiamo sui tavoli di plastica: a volte le impalcature non reggono gli uomini e altre volte gli uomini non reggono l’alcol.

Ogni giorno inchiodata al bar, dall’alba fino a sera, senza agosto e senza dicembre. Mia madre a casa non ci vuol stare, perché sente troppo il silenzio che ha lasciato mio padre. Di notte le grucce vuote ballano nell’armadio come ossa di morto, dice. I ricordi fanno rumore quando tornano. E mio padre, da quando è andato via, non ha fatto che tornare.

La piana è distesa e verde, e non regala niente, neanche in estate. L’ombra della fornace grande, gli aloni umidi delle alluvioni, le strade che scappano sulla collina: questo è l’indirizzo della tristezza. Fiori selvatici e pecore al pascolo non bastano a far sorridere la piana. D’estate i pescatori che tornano dai laghi artificiali, morsicati a sangue dalle zanzare, si incontrano alla fontana con le zingare che riempiono d’acqua fusti di plastica e i corridori che scendono dalla pista assetati. Tutti lo stesso gregge, alla fine.

Mia madre ci ha passato la vita in questa tristezza, e non ha mai visto il Colosseo. Ma se glielo chiedi fa finta di sì, perché un poco se ne vergogna. E quando dico Sali sul motorino, ma’-secondo me ha già capito. È la sera dei santi patroni: Labaro sembra svenuto dal caldo e quando glielo dico Eddai, ma’- si toglie la parannanza e mi guarda un po’ storta, con la faccia di quando mio padre stava lì. Una faccia senza tristezza.

Sulla Flaminia soffia aria asciutta nei vestiti, un attimo e stiamo a Ponte Mollo: il fiume è lì affianco, come un dito verde mostra la strada.

Mi fa strano sentire mia madre attaccata, m’ero dimenticato com’è quando sei piccolo e ci hai i brividi nella pancia. Allora mi giro: Te piace, ma’? le mostro l’isola che pare una nave: allarga un attimo le braccia, ooohhh, ma poi ha paura di cadere e si stringe più forte.

Qui anche il sole che affoga nell’acqua, tra rosso e foglie, sembra più vero- invece lei mi tira una manica, Famme scende. Si affaccia sul fiume, respira l’aria che sa di piana, di marcio e di verde, e mi fa Lascia stare, Cla’.

Giro il motorino e torniamo abbracciati verso la tristezza.

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Categorie: diLetti

Autore:diLetti e Riletti

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