Acido solforico di Amélie Nothomb

Ogni recensione che si rispetti prende il via da un’introduzione che ci conduce verso il libro in questione. Nel mare magnum dei blog e dei blogger troverete quelli che vi raccontano qualcosa di sé, quelli freddi che invece partiranno dalla critica o dal contesto storico, quelli che esordiscono con la trama, etc. Perdonatemi, perché stavolta io partirò, come si suol dire, da Adamo ed Eva.

Lo conoscete voi il catalogo della Voland?

Perché, se siete dei lettori e non avete fatto mai attenzione alle innumerevoli perle e gemme che la casa editrice ci mette a disposizione, siete a dir poco distratti, perciò date un’occhiata e fatevi dare la mano quando attraversate.

Se invece lo conoscete non devo aggiungere altro, vero? Finito il momento “maestrina”, tipico della lettrice rompi…scatole, giuro arrivo al nocciolo. Che è sì un nocciolino, ma portentoso.

A quali derive può portarci la strada intrapresa dalla tv-verità? I reality show impazzano ovunque, da vecchie glorie abbandonate tra spiagge ed emorroidi, focosi sconosciuti che diventano famosi nullafacendo in una casa di vetro e consumando amplessi pubblici, a vite di ginnaste/calciatori/chipiùnehapiùnemetta e interviste con faccine tristi -ahinoi, non solo dell’intervistato-, la televisione ha deciso che quello che ci interessa sono i fatti personali altrui. O non ha forse scelto di andare incontro alle richieste di un pubblico sempre più morboso?

In questo racconto lungo del 2006, la prolifica e magnifica Amélie Nothomb, racconta un futuro tanto improbabile quanto possibile, tanto terribile da sconvolgere e affascinare: un reality show che sceglie come tema i campi di concentramento e prevede l’eliminazione fisica dei concorrenti stessi. Due donne contrapposte a rappresentare i due estremi possibili, una la prigioniera Pannonique e l’altra la kapò Zena.

La vera intuizione del testo è però rappresentata dall’assenza nella narrazione di un cattivo, uno di quelli classici: sono piuttosto le circostanze, il consenso, la coscienza generale sopita, la curiosità, gli interessi economici a produrre il male. Come a dire che ognuno di noi con la propria condotta potrebbe sentirsi solo un sassolino nei flutti della malvagità senza redersi conto di essere invece una delle parti necessarie d’una valanga. Ebbene, è forse questo il mondo che ci aspetta se rinunceremo alle nostre individualità e al nostro senso critico? È questo che ci accadrà se non decideremo che il concetto di bellezza deve riappropriarsi del proprio contenuto etico?

Lo stile unico e la consueta originalità della Nothomb non possono che renderla la nostra beniamina, la nostra Pannonique. E se in questi giorni si sentono le solite fuffe sulle scrittrici donne mi preme sottolineare che lei, Amelié, non ha nulla da invidiare a uomini o alieni o chi vi pare.

E se da un lato è il desiderio di spiare gli altri a fare da motore verso l’accettazione passiva del pubblico, e non solo quello del libro, d’altra parte non si deve mai dimenticare che l’animale uomo ha la tendenza a non volersi distinguere dalla massa, ma anzi vuole confondersi in essa, la tendenza ad obbedire agli ordini anche se illegittimi, a farsi guidare in toto. Più che dalle scimmie sembriamo talvolta discendere dalle pecore. Vi invito a tal proposito a guardare questo esperimento che mi ha fatta rabbrividire, e a chiedervi con me…io e voi cosa avremmo fatto?

 

 

 

acido solforico  Amélie Nothomb

Acido solforico

Voland

trad. M. Capuani

2006

13 euro

 

 

 

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Categorie: diLetti

Autore:diLetti e Riletti

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