Un racconto di Livia De Stefani: Ferdinando

Sono una vecchia di settantacinque anni. Ma per meglio intendere quel che si passò e che mi passa nell’animo, meglio è dire che sono nata nel 1883.

A quel tempo, e per molto ancora, fino al termine della prima grande guerra mondiale, l’uomo, per noi donne, era poco meno di un dio; un essere che la superiorità del sesso, del carattere, delle imprese, avvantaggiava in modo da intimidirci e colmarci di rispetto. Potrei aggiungere, di reverenziale invidia. Specie in provincia, dove del resto abbiamo sempre vissuto, io e mio nipote Ferdinando, il lume dei miei poveri occhi.

Dico poveri, non perché si sono fatti grinzosi e sbiaditi con gli anni, ma per ciò che gli è toccato di vedere: quello strazio che ancora li fa ciechi a tutte le bellezze del creato, e continuamente piangenti.

Voi mi rimproverate l’ignoranza delle stranezze di cui oggigiorno è pieno il mondo. Ma come potevo mai immaginare che il tormento segreto di mio nipote, quel tormento che lo faceva riservato e malinconico, a volte timido come una monaca, a volte scontroso come un derelitto, fosse il tormento di non potere essere donna?

A conforto di quel suo struggimento che io stimavo derivasse da un amore non corrisposto, sempre gli ripetevo che ad un maschio non spetta di patire per una femmina, il maschio ha cento strade aperte dove avanzare vittorioso! Ora mi punge il ricordo del suo sguardo, alle mie parole: dolorosissimo, di mendicante che contempla i dolci allineati dietro la vetrina.

Fu un bambino mansueto, poco amante dei giochi chiassosi, e dell’azzardo. Dopo la morte dei genitori, e il matrimonio delle sorelle, rimanemmo soli. Prese la licenza magistrale e vinse il concorso per insegnare alle elementari. Senza scalmanarsi, e senza darmi pensieri.

Io badavo a preparargli i cibi prediletti, a cucirgli le camicie di seta, a risparmiare perché avesse sempre sul tavolo sigarette e la bottiglia di liquore. Piaceri di uomo. Sacrosanti. Io sono una nonna all’antica, che asseconda i viziucci dei nipoti e si compiace dei loro capricci.

Di ragazze non mi parlava mai, è vero. Ma io ritenevo che l’impedimento fosse la differenza d’età, per cui tutti i giovani, sebbene spronati alla confidenza dalla fervorosa disposizione del nostro cuore ad accoglierla, e dal racconto di nostre passate vicende simili alle loro, comunemente hanno ritegno di parlare d’amore ai vecchi.

Però le ragazze parlavano di lui. Della sua bellezza… di quei dolci occhi celesti orlati di ricurve ciglia nere che ormai, per via delle fotografie apparse sui giornali, tutti conoscono e sbeffeggiano. La disgrazia è cosa privata, che non vuole riconoscimento. A darglielo, s’insozza il dolore di chi ha da portarsela, le si aggiunge il peso della vergogna.

Così è stato. E ancora volete costringermi a raccontare l’avvenimento che mi torce l’animo! È cosa risaputa: Ferdinando quel pomeriggio mi disse ch’era stanco. Lo lasciassi riposare fino a sera, senza disturbarlo. Per nessuna ragione.

Rimasi in cucina a preparare la marmellata di cotogni e a dir rosari, ché il ragazzo era pallido, gli avrebbe giovato, in aggiunta al sonno, la preghiera.

Si chiuse nella sua stanza e fece quel che fece. Vedete come tremo a ricordare l’avvenimento che non vidi, e che pure conosco nei minuti particolari attraverso le tracce che lasciò, e le notizie apparse sui giornali.

I ferri li aveva bolliti durante la mia assenza, subito dopo il pranzo di mezzogiorno, e li aveva nascosti sotto il letto. I libri, i grossi libri di scienza sui quali aveva studiato l’atto chirurgico, e che gli servirono di guida durante l’operazione, se li dispose torno torno, spalancati alla pagina giusta, su sedie e sgabelli. In tutte quelle pagine c’è rimasto il sangue. Grandi macchie di sangue che hanno cancellato le terribili istruzioni.

Ma del resto, chi altri mai potrà incontrarsi che voglia e sappia cavare da solo, da quelle parole, il coraggio per guidare la mano a strappare dalla propria carne il germoglio della vita? Il dolore non dovette essere così atroce come noi lo immaginiamo. Via via che si tagliava, Ferdinando si faceva le iniezioni che addormentano il dolore.

Badate bene, non si vanta del suo coraggio, né della sua bravura a ricucire, col filo di seta, prima tutte le vene zampillanti, poi i lembi della piaga. Parla soltanto del sollievo che gli entrò nell’animo subito dopo la mutilazione del corpo. Pace, come al termine di una lunga guerra. E della gioia nell’atto di rigettare il nemico, e le garze imbrattate, e le forbici, nel cesto dei rifiuti.

Ringrazio la Provvidenza che mi ha risparmiato la vista di quel gesto. E che l’intenzione di mio nipote sia stata di nascondermi il fatto fino all’ultimo, a rischio della vita. Sì, voglio lodarlo, mio nipote, oltre che dentro di me, in faccia a voi tutti che frugate in questa nostra sciagura col solo scopo di far sorgere scandalo là dove invece occorrerebbe soltanto lasciar discendere la pietà. Non voleva spaventarmi, cagionarmi dolore.

E intanto si dissanguava, a causa di una venuzza dimenticata.

Quando intuì la ragione per cui la pace dell’animo e il riposo delle membra gli si cambiavano in smarrimento e deliquio, ancora non osò chiamarmi a soccorrerlo. Per timore che la commiserazione di sé vincesse quella a me dovuta, non volle nemmeno guardare quanto si faceva largo, nel bianco del lenzuolo, il suo sangue perduto. Preferiva annegarvi dentro, silenziosamente; rimettendoci la pena sofferta per il raggiungimento della sua assurda felicità.

E sarebbe morto davvero se nel dolce svaporargli della mente nel mare dello sfinimento, a salvarlo non fosse insorto il pensiero che la sua morte nulla avrebbe tolto al mio dolore, anzi lo avrebbe travagliato per sempre; a causa dello sconcerto derivante dalla ignoranza del movente di quell’atto, dal quale per sempre avrei tratto motivo di disperazione e sospetto di improvvisa follia. Perciò Ferdinando radunò con grande stento le sue ultime forze e fu per virtù di amore che riuscì a rimuoversi dal letto, ad aprire la porta e a chiamarmi con voce disperata, non già del proprio male, ma di quello che stava per infliggermi.

Voi sapete come me lo vidi apparire e quindi cadere tra le braccia, grondante sangue e tutto raggelato. Vi domandate ancora come ho fatto a vincere raccapriccio e rivolta, come a portarlo zitta zitta all’ospedale e come a non rinnegarlo, anzi a volergli bene più di prima.

Ve l’ho detto da principio: sono nata nel 1883. Io non riesco a comprendere come avviene che un uomo, sia pure per malattia, rigetti la sua natura e i privilegi e i costumi che ne derivano. Ma pure senza comprendere, so ancora perdonare, ad occhi chiusi, come va fatto per ogni colpa, quando non è stata ragionata per nuocere ad altri.

Se la disgrazia fosse capitata ad uno dei vostri figli, forse proverei gli stessi sentimenti che voi provate per il mio Ferdinando. Avete ragione a giudicarlo così. Perché non avete visto sulla sua faccia di moribondo quella straziante felicità che mi toccò di incontrare; da cui trassi la forza necessaria a restituirgliela, a mezzo del silenzio e della misericordia, intatta. Per quel poco che durerà. Com’è destino di ogni altra felicità, anche se assegnata per più giusti fini.

(pubblicato per concessione di Cliquot Edizioni, da Viaggio di una sconosciuta di Livia De Stefani, 2018)

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Categorie: diLetti

Autore:diLetti e Riletti

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