Il mio posto

Anna parlò per ultima.

Sul crinale dei racconti -matrimoni nuovi o usurati, lavori trovati e persi, figli pochi- il pomeriggio era diventato sera; il rumore del traffico si era attutito e il barista, ormai stufo di aspettare ordinazioni che non arrivavano più, chiacchierava pigramente con la ragazza alla cassa.

Mi rendo conto ora di averla osservata solo alle prime parole, come se il suono della sua voce mi avesse risvegliato dal torpore annoiato in cui ero caduto ascoltando gli altri. Quella voce mi riportò l’odore dell’erba appena tagliata, quando mio padre, la domenica mattina, spezzava il silenzio festivo col rumore della piccola falciatrice, mentre io tentavo di finire in fretta la versione di latino: una voce limpida di bambina mai cresciuta.

Come quando giocava a pallavolo nel cortile della scuola, Anna portava i capelli annodati bassi sulla nuca; senza vederlo, riuscivo ad indovinare l’elastico che li stringeva. Le mani dalle dita sottili sembravano galleggiare sul tavolino: le rividi tendersi per lanciare la palla oltre la rete con energia insospettata, poi chiuse intorno alla penna durante i compiti in classe, le punte sbianchite dalla stretta. Scriveva in quel modo ordinato e composto che le invidiavo, appena curva sul foglio, le scapole che sporgevano aguzze sotto la maglietta. All’improvviso, nel silenzio obbligato dell’aula, si voltava a rivolgermi una smorfia buffa da coniglio: io, chino sul dizionario, nascondevo la faccia rossa e le risate.

Per cinque anni mi avevano preso in giro, ero l’unico maschio a star seduto con una delle femmine, e a volte lo lasciavo credere a tutti, persino a lei, che sì, che guaio mi era capitato a ritrovarmela al banco, e se solo avessi potuto… ma in quei cinque anni non avevo mai cambiato posto.

La voce d’erba verde mi cullò i ricordi, per poi spezzarli raccontando di quell’incidente -già avevo saputo da chi mi capitava di incontrare tornando al paese per le vacanze- delle cure, del lunghissimo dopo.

Alla fine, quando tacque, ci fu un silenzio imbarazzato, subito coperto da un frettoloso scambio di indirizzi e numeri, abbracci e promesse da non mantenere.

Quando tutti furono altrove, senza pensarci scivolai dietro la sedia a rotelle e spinsi Anna verso l’uscita.

La notte era tiepida.

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

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