Clandestini in città

 

Me and Mrs Jones, we got a thing going on
We both know that it’s wrong
But it’s much too strong to let it go now

 

 

Arrivi in ritardo, aspetto già da alcuni minuti nel punto stabilito, mai lo stesso: questa volta sotto l’insegna di un bar che lampeggia rossa. Guardo ostinata il marciapiede, sopraffatta da un misto di impazienza e imbarazzo, fino a che non sento il motore della macchina che si ferma accanto a me.
Ad ogni contrattempo, la sensazione che mi abbiano rubato qualcosa di prezioso dalle mani guasta quello che mi resta, non so sorridere del furto. Il tempo è poco: negli anni siamo diventati abilissimi ad evitare la parola sempre, a rinunciare ai giorni, a farci bastare i minuti, ma non mi riesce di rassegnarmi al furtivo rosicchiare delle casualità.
Salgo in macchina e mi posi un bacio veloce all’angolo della bocca, senza abbracciarmi, perché potremmo dare nell’occhio; anche se tentiamo di renderci invisibili, c’è sempre il rischio che qualcuno ci veda. Sei vestito di scuro e anch’io, come se sperassimo di confonderci col nero di questa notte da ladri: abbiamo stabilito una serie infinita di regole e dobbiamo scaramanticamente rispettarle tutte, perché da esse dipende il sopravvivere di noi. Quel “noi” che esiste, e deve esistere, per noi soltanto.
Inizi a guidare per le strade di questa periferia triste, la tua mano scivola sulla mia gonna, stringe e scalda il ginocchio, scivola piano sulla calza. Ma sei preso da un pensiero estraneo alla mia pelle, inizi a parlare:

“Ho fatto un sogno, stanotte, per questo volevo vederti, un sogno strano che mi ha turbato…devo raccontartelo subito”.
Per questo il tono concitato dei messaggi con cui mi chiedevi di incontrarci? ho faticato non poco a scavare nella giornata questa mezz’ora di solitudine e che tu abbia voluto vedermi solo per via di un sogno mi irrita. Ma in un universo illusorio, che ha senso solo per due persone, anche un’immagine notturna acquista una sua consistenza, e se per te è importante, lo è anche per me.
Mi giro sul sedile, la schiena contro lo sportello, scrutando il tuo profilo scuro, solo a tratti illuminato dai fari di una macchina, e cerco di ascoltarti con attenzione, dimenticando i minuti che scorrono via.
“…dovevo passare a prenderti all’angolo di una strada per portarti a ricongiungerti con l’altra te stessa, che stava accompagnando le tue tre bambine a scuola. In questo modo, ricongiunta e con le bambine a scuola, tu saresti restata con me. E mentre venivo da te, fra i semafori e i sensi unici, ti incontravo con le tre bambine, incontravo l’altra te…
Avevo fretta perché se lei fosse arrivata a scuola e tu non ci fossi stata nello stesso momento non vi sareste potute riunire. E così, in questa città fra Bari e Liverpool, con la guida a destra, correvo, correvo… Quando finalmente ti raggiungevo all’angolo di quella strada, tu salivi, il vento forte ti scioglieva i capelli raccolti, si allungavano in ciocche come tentacoli, come getti di inchiostro, e mentre di nuovo correvamo verso scuola, di nuovo incontravamo l’altra, che camminava con le tre bambine, tutte con il grembiule bianco, il fiocco, tutte di età ed altezze diverse. Ma tu, tu non ti vedevi –potevo io soltanto- e quando mi chiedevi com’eri, io, io non sapevo dirtelo.
E alla fine per un soffio riuscivamo ad arrivare insieme…e tu sparivi nell’atrio, per tornare subito dopo, una, unica, fusa con l’altra. E mia.
Tornavi da me e andavamo a piedi per le vie, fin quando, fermi per un vecchio passaggio a livello chiuso, un uomo che conoscevi prendeva a fissarti, e tu fissavi lui.
Senza più parole ci separavamo, tu da sola verso casa tua, mentre io sparivo nella notte calda di una città che era soltanto Bari, e non più Liverpool.”

Non so dove guardare: hai la voce che trema e io gli occhi gonfi di lacrime. Le ombre che hai descritto avvolgono anche me, mi stringi, ora, fermando la macchina.
Non abbiamo bisogno di controllare l’orologio per saperlo, le nostre vite sono in ritardo, bloccate davanti ad un passaggio a livello chiuso. Senza parole mi fai scendere dove ci siamo incontrati, sotto l’insegna di un bar che lampeggia come un semaforo guasto, sulle macchine, sui tuoi occhiali, lo sguardo che annega nelle luci.
Accendo una sigaretta e torno sola verso casa.

Tu sparisci nella notte calda di una città che è soltanto Bari, ma vista da qui è triste come Liverpool.

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

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One Comment su “Clandestini in città”

  1. sedcetta
    27 giugno 2017 a 22:29 #

    Le storie degli amanti hanno sempre un sapore malinconico, come di qualcosa che è sempre già passato, anche se ancora deve accadere. Hai ragione, ha a che fare col tempo rosicchiato, rubato, col sovrapporsi di vite che poi, per forza di cose si separano nuovamente, vite che non si conoscono. Se continuo a commentare scrivo un metaracconto del tuo racconto, che invece dice già tutto, lascia la sensazione giusta, quella che adesso non so descrivere. Bella storia, brava tu.

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