Dalla Terra al Cielo

Seduta sullo scalino di casa, guardava il tracciato bianco brillare sull’asfalto quasi liquido. Le caselle sbilenche disegnate col gesso, i numeri semicancellati dai piedi che vi avevano sostato, leggeri, insistenti. Senza pensarci, corse in casa, lasciando le ciabattine sul limitare per non far rumore: tutti erano andati a dormire per evitare quel caldo infernale; anche le cicale, appiccicate ai tronchi resinosi dei pini, concedevano una breve tregua alle onde di frastuono che emanavano senza sosta. La pietra era piatta, non troppo liscia: la conservava nella tasca della cartella da molto tempo, usando sempre quella: era leggermente scheggiata su un lato, ma intatta, grigia, lucida. Tenerla in mano la faceva sentire bene.

Corse nuovamente fuori, pareva quasi allegra mentre dalla casella Terra lanciava la pietra che compì un breve arco, atterrando dove la spinta

l’ha portata

dove la spiaggia finisce e si perde in un folto di canne. Mia lo ha seguito tranquilla: lo adora nel suo modo silenzioso e fedele, e lui la ricompensa chiamandola la sua piccola, la sua sorellina. Suona la chitarra per lei e lei a volte canta: e quando le dice che ha una bella voce, Mia si sente morire di gioia. Morire per davvero, qui, al centro del petto, dove il sangue si annoda. Invidia senza cattiveria la ragazza con cui è fidanzato, invidia i suoi capelli biondi, i jeans aderenti sui tacchi sottili. Mia mette solo i vestiti che le sceglie la mamma, e non si trucca. A dodici anni ancora non si fa.

E ora l’ha portata lì, e Mia lo ha seguito, compiaciuta di averlo rubato per poco agli amici, felice che abbia ancora tempo per

lei

con un balzo saltò nella casella uno, in equilibrio sulla caviglia sottile; si piegò su un fianco, raccogliendo la pietra e di nuovo con un balzo era nuovamente tornata alla

Terra

asciutta e polverosa sotto le ruote alza nuvole gialle dietro di loro. Mia non gli ha chiesto nulla, né capisce perché lui abbia parcheggiato in quel luogo così nascosto agli occhi di tutti. Spera che non la cerchi qualcuno sulla spiaggia, sta bene lì, nel calore arroventato della lamiera con i suoi occhi che la guardano gentili e scanzonati, come sempre. Poi, quando succede, non reagisce: lo guarda senza parlare, gli occhi sgranati che sono già una domanda. Ma lui risponde solo infilando le mani dentro il costume giallo. Mia sa e non sa: è stata baciata per la prima volta, poco tempo prima, ma non le è piaciuto: troppo carnose e soffocanti le labbra, troppo bagnato il bacio, troppo biondo il ragazzo. Lui invece porta i capelli scuri, lisci, molto lunghi, e talvolta li lega, quando suona. Alcune ciocche allora gli cadono sugli occhi ugualmente scuri, e Mia vorrebbe scostargliele piano, senza che lui smettesse di suonare. Vorrebbe farlo anche ora, mentre lui le si piega addosso, togliendole la luce e

l’aria

tremolava come gelatina per il caldo. Il due, e poi il tre: guardava le linee per terra, assorta e attenta. Nessuna incertezza era permessa, mai sfiorare i disegni del gesso con il piede, né con la pietra. Aveva piccole gocce di sudore sul labbro superiore e dietro la nuca, i capelli le tenevano troppo caldo. Con un gesto rapido, sempre in equilibrio sul piede, sfilò l’elastico rosso dal polso e li legò con destrezza in una treccia irregolare: sembrava la bambina che era, così. Per questo al mare li portava quasi sempre sciolti sulle spalle, sul seno, sempre spettinati: le piaceva il modo in cui le ciocche nere si dividevano arricciandosi su quel seno così nuovo e adulto e tondo. Le piaceva il modo in cui i ragazzi guardavano

quelle ciocche

sono strette fra le sue mani, mentre la tira a sé lasciandosi cadere sul sedile. Ce la farebbe a divincolarsi anche se lui la stringe in maniera quasi irrimediabile, ma non lo fa; nella caligine del turbamento che la disorienta, Mia capta un piacere strano, una piccola brace che arde sotto la pelle: brucia e non fa male, e se sapesse come arrivarci, ci soffierebbe sopra per farla diventare una fiamma alta. Ma non sa, Mia, o forse sa. Quando lui la costringe a piegare la testa, le mani che spingono dietro la nuca sottile, a schiudere le labbra, di sicuro Mia non sa se desidera farlo. Eppure lo fa, che strano, senza ripulsa, dimenticando le domande. Senza quasi ascoltare le parole che lui cola addosso, come saliva, sporche, si piega arrendevole come uno degli steli verdi che fanno da schermo alla macchina sotto

il sole

le bruciava la pelle, ma continuò a saltare con un brivido che le tese le punte dei seni sotto la maglietta a righe sottili. Non aveva messo il reggiseno, e una leggera fitta dolorosa le ricordava ad ogni balzo il cambiamento che il suo corpo aveva subito, e non ancora accettato. Pure, testarda, lanciò nella casella del sei la pietra grigia, la raggiunse veloce: la treccia dondolante ai movimenti le bussava al centro della schiena con regolarità, poi le scivolò sulla guancia nel momento in cui si piegò a raccogliere il sasso. La spinse via, infastidita, tornando verso la casella di partenza, mentre quella bussava ancora. Senza prender fiato, lanciò di nuovo, verso l’ultima casella, la più lontana.

Cielo

quasi bianco che diventa invisibile quando lui le sale addosso, cercando spazio, impaziente e brusco. Le sfila il costume, ma non la guarda. Mia non sa, davvero non sa. E anche se volesse -e non vuole, ora, è sicura di non volere – non potrebbe aiutarlo: ma desidera che lui perda quell’espressione chiusa che non gli conosce, e resta ferma, spinta in trappola da ciò che prova per lui sin da quando ha memoria, ancora più forte oggi. Stizzito dall’inerzia di Mia, lui si affretta e spinge: non sembra chiedersi se c’è dolore e quanto dietro gli occhi serrati, nelle mani che si alzano come a difendere e si lasciano cadere già arrese, aspettando che lui smetta, che ritorni a se stesso. A

lei

si girò di spalle: per finire, doveva lanciare il sasso alla cieca e farlo arrivare nel Cielo tondo che coronava la campana. Ci riusciva sempre: la sua pietra pareva seguire un ordine preciso, più che il movimento nato dal braccio troppo sottile e atterrava con grazia irreale nella casella, accompagnata dagli uffa stizziti delle compagne di gioco. Anche questa volta lanciò, e il proiettile grigio rimase quasi sospeso nell’aria densa di calore, ma non si girò, aspettando

il rumore

della macchina che si rimette in moto, mentre lui già fuma una Marlboro, la costringe a sollevare la testa. Cerca di riassettarsi, ma non riesce a togliere quell’umido vischioso dentro il costume; si vergogna quando lui le infila fra le mani il pacchetto dei fazzolettini e le dice di pulirsi. Lo fa senza guardare, sperando che lui non la guardi. La porta al parcheggio dietro la spiaggia, e lei scende senza dir nulla: non saprebbe cosa dirgli, d’altronde. Lui resta a guardarla a lungo, poi, quando è già vicina al bar, la richiama. Mentre torna da lui speranzosa, prova a sorridere come prima, prima di quel pomeriggio, e le sembra di riuscirci, quasi. “Non devi dir nulla. A nessuno, ricordatelo. Fra parenti queste cose non si fanno. E poi era solo

un gioco

da bambini piccoli, sbuffò Mia rientrando a casa. Non si chinò a raccogliere quella stupida pietra, finita ben oltre la casella.

Lontana, molto lontana dal Cielo.

Annunci

Tag:, ,

Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

Iscriviti

Iscriviti al nostro feed RSS e ai nostri profili sociali per ricevere aggiornamenti.

Non c'è ancora nessun commento.

E tu cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

you can call me outsider

io. tu. panna montata. manette. altre domande stupide?

orlando furioso

il blog di Deborah Donato

Se lo scrivi resta

diario di una ragazza comune, ottimista a modo suo

marisa salabelle

Fu così che Efisia Caddozzu venne al mondo. Mischinedda , pensò la levatrice mentre la presentava ai parenti riuniti. Ellusu, pensò la nonna, una parola che nel suo vocabolario alquanto limitato stava a significare molte cose diverse a seconda delle circostanze.

Luca Bottura

Satira gratuita, ma anche a pagamento

Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

trecugggine

le cugine parlano di libri

Il pulpito del libraio

Accade in una libreria di provincia. Voi umani non potreste nemmeno immaginarlo!

aliceinwriting - vita da biblioteca e suggestioni sparse

Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

VITA DA EDITOR

Interviste, recensioni e retroscena dell’editoria – a cura di Giovanni Turi

Scrivere creativo

Esercizi di scrittura creativa.

strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Muninn

libri da ricordare

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: