Alla porta

“Sam, io vado! La cena è pronta, devi solo far mangiare i bambini.”
La babysitter si affacciò sulla porta della camera da letto padronale, talmente silenziosa che Rossella si ritrovò suo malgrado a sobbalzare. Quella ragazza sembrava un topo, piccoli occhi neri luccicanti, capelli incolori, e magra, magrissima: se non fosse stato perché i bambini adoravano le storie che inventava per loro, non si sarebbe fidata di quello scheletrino. Ma doveva ammettere che era una ragazza educata e sempre disponibile, anche se la chiamavi all’ultimo momento.
“Sì, signora. A che ora pensa di tornare?”
“Vado a questa festa di Hallowe’en, le solite scemenze: cappelli da strega e dentiere da vampiro. Non credo che tarderò molto, queste cose mi annoiano.”
“Non si preoccupi, non ho impegni. Può tornare quando vuole.”
Rossella la osservò, con un lampo di commiserazione nello sguardo; certo nessuno l’avrebbe invitata a nessuna festa, mai, così conciata, povera Sam. Ma anche quell’infelice diminutivo, perché? Samantha, forse; non glielo aveva mai chiesto. Doveva ricordarsi di regalarle qualche vestito che a lei stava stretto, magari le faceva comodo. Certo, su quell’asse da stiro dubitava che anche il migliore degli abiti potesse far miracoli. Davanti allo specchio dell’ingresso tirò la scollatura sul seno e notò la ragazza gettare uno sguardo famelico sul generoso decolleté, prima di dirigersi verso la cucina:
“Vado a dare la cena ai bambini, signora” borbottò.
“Non vuoi mangiare qualcosa anche tu, Sam?”
La ragazza tornò indietro velocemente:
“Davvero potrei…?”
“Ma certo, cara” la voce di Rossella trillò di generosità. Quella ragazza era davvero un gioiello di educazione “Mangia pure quello che vuoi”.
Si infilò il cappotto, un ultimo sguardo allo specchio e  corse a stampare un bacio sulle guance appiccicose dei bambini.
“Fate i bravi, bambini, mi raccomando… e a letto presto!”
“Sì, mamma”, la risposta fu un coro allegro che intendeva tutto il contrario.
Rossella, ridendo, chiuse la porta di casa alle sue spalle. Nelle scale aleggiava un odore strano, come se ci fosse una carogna nascosta da qualche parte: si appuntò mentalmente di parlarne all’indomani con il portiere, doveva esserci un topo morto nell’aerazione.
Canticchiava, uscendo dall’ascensore, quando ebbe l’impressione che sulle scale ci fosse qualcuno: si fermò di scatto, guardandosi alle spalle.
Le era sembrato, ma che sciocchezza… eppure le era sembrato di vedere nell’ombra un viso distorto, che la fissava maligno con occhi di brace pallida. Un balenare di denti, no, non denti… Zanne. Lunghe zanne affilate. Un brivido le fece crepitare i capelli dietro la nuca.
Ma dal piano di sopra scese uno scoppio di risate che la rassicurarono: che stupida, doveva aver visto una maschera. Ma certo, c’erano feste ovunque, quella notte. Salì in macchina ridendo delle sue stesse paure, mise in moto e si allontanò velocemente.
Nelle scale il puzzo di carogna aumentò improvvisamente, si addensò dietro la porta, in una forma senza nome. Curve unghie giallastre graffiarono impazienti sul legno che si aprì senza rumore.
“Padrone…”
“Fammi entrare, Samhain, sono affamato”.
La voce era un sibilo di ghiaccio, ma Samhain si illuminò, sollevando le labbra sui dentini da roditore, bianchi e acuminati:
“Ho fame anch’io, Padrone”.

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

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