Appunti di meccanica celeste, di Domenico Dara

È complicato scrivere di Domenico Dara. Sono anzi convinta che bisognerebbe interdire ogni recensione sui suoi romanzi, qualsiasi discussione, qualunque forma di lode e di tributo. Ma vi prego di pazientare, vi spiegherò come sono arrivata a questa conclusione.

Lessi Il breve trattato sulle coincidenze appena uscito: seguivo gli esiti del Premio Calvino e di conseguenza non poteva sfuggirmi la proposta di uno dei finalisti, romanzo appena pubblicato da Nutrimenti. Purtroppo, nella scrittura di Dara non si capita. Piuttosto si capitombola, come Alice nella buca del coniglio. E capitombolando si entra in un universo che ha solo in parte tratti reali, solo in parte contemporanei. Il postino dal nome non rivelato se non alla fine -quale incongruente personaggio, scrittore di grafie altrui in un mondo di tastiere e di messaggi spinti dall’elettronica, amante senza pelle, solo sensi, profumi di bucato e forme di inchiostro blu- mi affascinò, tuttora mi affascina come pochi altri uomini di carta e parole prima. Nella sua irragionevole esistenza mi parve più ragionevole e solido e amabile di migliaia di persone in carne e ossa.

Il rischio di affrontare un secondo romanzo di Dara e trovarmene delusa non era da escludersi: se la caduta è proporzionale alle altezze precedentemente raggiunte, con Appunti di meccanica celeste rischiavo l’osso del collo della lettrice. E sono invece nuovamente capitombolata nelle straduzze di Girifalco: a salvarmi, la rete di un acrobata, quale Domenico è. Rete intessuta di costellazioni e casualità, di parole dialettali e colte (sovente all’interno di una stessa frase), di ricordi e presente. Rete di corda e seta, di ventura e malasorte. A reggerla, un pazzo che crea musica dalle foglie, una donna disseccata nel cuore e nel ventre, un filosofo che cerca l’altra parte di sé aspettandola dov’era un tempo, un altro che cerca l’altra parte di sé nella pelle di ogni donna, una femmina molto fortunata, una femmina molto sventurata. E un figlio senza padre, Angelìaddu.

Sopra alla rete di tutto quanto è stato già vissuto volteggiano i notturni profumi di rosmarino, le inattese cose dell’esistenza e gli acrobati del circo. Circo che arriva fulmineo come una biglia bianca a spaccare quelle raggruppate, a sparigliare i destini di tutti, fino a quel momento apparentemente fissati. In meglio, in peggio? Non è dato saperlo, perché le traiettorie -sul tappeto verde della Terra e su quello blu della notte- sono imprevedibili. E ad affidare i propri destini ad una stella, in una notte di festa che è ancora estate e quasi già più, a confidare un desiderio ad un arco luminoso ci vogliono 2,16 minuti secondi di messa a nudo del cuore, ma il rischio si corre volentieri.

Tutti i personaggi che Domenico Dara mette in movimento tra l’arrivo di un circo e la sua partenza, corrono un rischio, talvolta mortale, pur di cambiare la loro esistenza. E il destino, o un angelo custode, o un circense -che sono qui la stessa entità- prenderanno i rischiosi desideri di sette anime e li faranno volare più in alto di quanto i sospiranti avrebbero mai potuto sperare. E poiché anche spostare una pietruzza o uscire in pantofole su un terrazzo bagnato può cambiare una vita, figuriamoci un battito d’ala o la perfetta capriola di un trapezista.

E torniamo alla mia affermazione iniziale: perché non si dovrebbe scrivere dei libri di Domenico Dara. Per l’accurata ma vulcanica perfezione della sua scrittura? Per il celeste, geometrico caos che genera la narrazione? Per la forza vitale dei suoi assurdi, singolari, melanconici personaggi? Per tutto questo, certo, che fa sembrare ogni parola in più inutile, ridondante. Ma soprattutto perché i libri di Domenico Dara -e Appunti di meccanica celeste ancor più, perché il passo c’è stato, ma in avanti e limpido e stupefacente come un’acrobazia inattesa- i libri di Domenico, dicevo, bisogna semplicemente leggerli. Leggerli e rileggerli ancora. Far rotolare le parole nella testa, le immagini scivolare dietro gli occhi, risuonare i pensieri nella testa, e poi tacere. Non aggiungere altro.

Non serve.

Appunti di meccanica celeste, Domenico Dara - Nutrimenti Edizioni 2016- pp. 368 – € 19

Appunti di meccanica celeste, Domenico Dara – Nutrimenti Edizioni 2016- pp. 368 – € 19

Francesca Schipa

 

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Categorie: diLetti

Autore:diLetti e Riletti

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3 commenti su “Appunti di meccanica celeste, di Domenico Dara”

  1. sedcetta
    17 novembre 2016 a 08:27 #

    A questo punto la lettura di questo romanzo diventa urgente.

Trackback/Pingback

  1. Lettera a Azimzhan Askarov da Domenico Dara | diLetti e riLetti - 15 dicembre 2016

    […] della polizia nel proprio Paese. Domenico Dara, autore di Breve trattato sulle coincidenze e di Appunti di meccanica celeste, ha dedicato a lui questo messaggio di conforto e […]

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