Juan della Trinidad

 

 

 

 

Anno del Signore 1521

Il mare è una distesa livida, immobile come il cielo sopra di noi, immobile come le vele che pendono come pelle morta, quando giro ancora una volta la clessidra e canto:

Il sesto è passato, il settimo arriverà, / più ne giungeranno se Dio vorrà, / cantare e andare innanzi il viaggio fa veloce.

Mi chiamo Juan, ma ho quasi dimenticato il suono del mio nome da quando ho messo piede su questo legno che porta il nome della Santissima Trinità. Qui sono solo un mozzo senza nome e senza vita utile, se non quella che serve per girare quest’ampolla. Mi chiamo Juan, ripeto ogni tanto mentre i granelli scorrono.

E’ il secondo inverno da quando siamo partiti e abbiamo visto ogni sorta di terre meravigliose e orride: nessuno degli uomini sulla nave è certo di ritornare nella sua città, o forse a loro non importa nemmeno; io invece voglio rivedere Siviglia. E Inocenta.

Sono nato nel barrio di Triana, circa tredici anni fa. Mia madre era una gitana che mi ha gettato al mondo una notte, tra i fuochi della festa di San Giovanni, e mi ha lasciato subito ad una donna anziana dal ventre sterile che ho sempre chiamato tia. Mia madre era molto bella, mi raccontava tiaAshinta, ma io non la ricordo: è sparita tra i falò mentre forse piangevo cercando il seno. Ho tentato di ritrovarla in tutte le gitane che arrivano albarrio, sotto le gonne gonfie, nei capelli neri che ondeggiano ai passi dellesevillanas: ma non si può riconoscere una straniera.

Al barrio per molti sono el Morisco, un ragazzo dalla pelle scura, come tanti, che vive di quello che riesce ad acchiappare di casa in capanna. Ma per Inocenta soltanto io sono Juanito: quando a notte fonda sguscia dalla taverna sussurrando il mio nome nel buio della stalla, mi sembra di sentire la voce della mia sconosciuta madre. E per me solo è Inocenta: gli uomini che vanno alla taverna per lei la chiamano Dulce, ma questo pensiero mi tormenta e non voglio sapere perché. Inocenta viene di nascosto, si lava all’abbeveratoio e poi dormiamo nella paglia profumata fino all’alba. Quando il primo cliente riprende il cavallo, Inocenta deve fuggire o la padrona le toglie la pelle a frustate. Lei non ha né ricordi, né una zia, solo una padrona, e io le ho promesso di comprare il suo valore al ritorno dalle Isole delle Spezie.

Grazie a questo viaggio avrò quel che mi occorre, anche per portare un ex-voto a San Giovanni. Non mi volevano a bordo, troppo magro, mi hanno liquidato, zavorra inutile; ma in quel momento è passato il criado del comandante, un italiano dai bei vestiti, e ha detto al pilota “Prendetelo per le ampollette”; lo ha detto semplicemente, a voce bassa, e sembrava un consiglio. Ma il pilota mi ha guardato storto e mi ha segnato immediatamente sul libro mastro con la paga di cento maravedì d’argento. Mi sono guardato bene dal confessare che non sapevo cosa fossero le ampollette, ho ringraziato il mio santo e Allah e mi sono fatto trovare all’imbarco all’alba. 

Il mare è ancora immobile quando cadono gli ultimi granelli di sabbia, una distesa di olio marcito, immenso e nero, e io giro la clessidra; ancora una volta, poi chiamerò il cambio del turno cantando. A bordo ho imparato a far funzionare le clessidre, a non addormentarmi mai, a chiamare i marinai al riposo ogni quattro ore: otto giri di clessidra, un turno. Niente di faticoso, se non fosse per il poco sonno che mi viene concesso: agli inizi sognavo ad occhi aperti, ho visto mia madre galleggiare sulle acque verdi di un fiume, la gonna gonfia di mille colori, e Inocenta seduta a poppa che rideva gettando indietro la testa. Ora tengo le immagini chiuse nella mia testa e parlo con loro nelle veglie notturne.

Quando sono partito, Inocenta è venuta al porto: mi ha portato un involto in un suo vecchio scialle strappato ed è scappata via come se fuggisse la morte; piangeva, ma le ho promesso di tornare e pagare il suo prezzo. Ho aperto lo scialle e c’era una galletta larga, asciutta e profumata della sua pelle. L’ho conservata nella cassa di legno dove tengo anche il libro delle vite dei santi martiri di tia Ashinta: non so leggere, ma ha delle immagini spaventevoli che mi ricordano le storie che mi raccontava al barrio. Ho tenuto la galletta di Inocenta fino ad ora, mangiandone una briciola solo quando i morsi della fame erano insopportabili e gli occhi si annerivano di debolezza. Me ne resta solo un pezzetto, tondo e duro come un sasso, coperto di muffa. I topi non l’hanno trovato, ma ora temo che chiunque potrebbe uccidermi per averlo: non ci sono quasi più viveri sulla nave, quelle poche gallette che restano sono piene di vermi e l’acqua è putrida. Abbiamo mangiato tutto quello che potevamo, persino le pelli di vacca che penzolano dall’antenna maggiore, tutti i topi e qualche raro uccello marino. Molti uomini sono ammalati e molti sono morti della malattia dei marinai, sputando sangue e denti.

La nave non ha caricato viveri sufficienti a vincerla su quest’acqua infinita, ma ormai dobbiamo andare avanti alla ricerca della terraferma. Una volta ho sentito il capitano confidare al suo criado “Non andiamo per mare perché l’amiamo, ma perché lo odiamo. E il mare ci ricambia.” Il capitano è un nobile in fuga dal Portogallo, ha un carattere scuro come i suoi vestiti e spesso parla da solo: si chiama de Magalhaes e tutti lo temono e lo disprezzano.

Ora la pece del cielo si è sciolta su questo mare silenzioso: canto per gli uomini che devono cercare riposo e per quelli che devono iniziare a faticare:

Il turno è chiamato, / scorre la sabbia nella clessidra. / Faremo un buon viaggio / se Dio vorrà.

Quando torna il silenzio, dopo bestemmie e  lamenti, recupero dalla mia cassa lo scialle sbrindellato, lo apro senza fretta, cercando sotto l’odore di marcio e di sale il profumo della paglia e della mia Inocenta. Quando mordo, un rumore, uno scricchiolio mi invade la testa: sputo sangue, saliva, un anello di stagno.

Li guardo senza capire, poi mi asciugo la bocca con la manica.

Ho perso un dente e Inocenta mi ama.

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

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