L’oro di Istanbul

Ascolto Istanbul, ad occhi chiusi;
Dapprima si leva un soave vento;
Si agitano le foglie,
Sugli alberi pian piano;
Da lontano, molto lontano giungono
Continui trilli degli acquaioli;
Ascolto Istanbul, ad occhi chiusi;

Ascolto Istanbul, ad occhi chiusi;
E mentre sorvolano dall’alto
Gli uccelli a stormi e stridii;
Le reti da pesca si raccolgono nelle chiuse;
I piedi di una donna sfiorano l’acqua;
Ascolto Istanbul, ad occhi chiusi;

                                                                        Orhan Veli Kanik

 

Di Istanbul ho molti ricordi, tutti bellissimi. Difficile farli combaciare con le notizie che questi tempi feroci diffondono: estremismo, attentati, censura e repressione, profughi accolti o respinti, guerra. Quando penso a Istanbul, oggi, provo nostalgia e tristezza all’immagine di una città prigioniera di se stessa. Io conservo con cura il ricordo di un luogo dove non mi sono sentita estranea neanche per un istante, una città libera, intrisa di suoni, plasmata dalla luce.

 

Istanbul, una mattina di giugno. Una luce pulita da annullare la voglia di trovare riposo in un luogo chiuso. I saloni del Dolmabahçe sono laghi comunicanti di oro e cristallo, volte e cupole e pinnacoli brillano di metallo prezioso, ma nessuno splendore può sovrastare il riverbero che sale dal Bosforo e acceca la città dai mille nomi.
Il vero oro è per strada, dove l’olfatto e la vista sono stuzzicati senza tregua, odori improvvisi, gesti intrepidi: rosee cozze infilzate, grondanti pastella dorata, affondano in bacili di olio quasi nero; il profumo di aglio e pinoli si spande ovunque, entra nei pori, reclama attenzione. Beşiktaş: all’entrata del parco di Yıldız, un pezzo di cartone sventaglia sui carboni roventi, dove sfrigola carne d’agnello trita, impregnata di cipolla e fumo; attraverso le chiome intrecciate degli ippocastani piovono sui sentieri affollati, sulla statua del padre della patria, larghe monete di sole.
Nei chioschi affacciati sull’azzurro del Bosforo,  si sventrano biondi gusci di pane per acchiappare sarde arrostite e verdure, nel profumo giallo di olio e petrolio, mare e limoni. Tra i vicoli, nelle piazze, pile di ciambelle fulve incastonate di sesamo sobbalzano dentro carretti bianchi, e nei calderoni di rame annerito bollono grasse pannocchie. Una vecchia vende chicchi di mais da gettare agli uccelli, e parla da sola.
Oro ovunque, a portata di occhi, di bocche, di mani. Mani di donne dai fazzoletti colorati, dalle sopracciglia nere tracciate sottili sulla pelle candida. Mani avide di bambini e occhi di biglie nere che rotolano curiosi sul mondo in movimento; magre di uomini vestiti di grigio, camicie bianche aperte sul collo.

Gente. Fiotti, ruscelli di gente si riversano per strada, tranquilli cercatori d’oro nello splendore quotidiano delle strade di Istanbul la bella.

 

                                                                        Francesca Schipa

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

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