Il ritorno del Duca Bianco – un racconto di Neil Gaiman per David Bowie (parte I)

Trigger  Warning è una raccolta di racconti di Neil Gaiman ancora non tradotta in italiano (ma che dovrebbe esserlo a breve); tra questi ce n’è uno dedicato a David Bowie. L’incontro mai avvenuto -se non in un universo Oltre- tra la stella creativa di Bowie e quella dello scrittore , mi ha talmente colpita, in queste ore di rimpianto, che ho voluto tradurlo. Uso le illustrazioni di Yoshitaka Amano insieme alle parole introduttive che Gaiman stesso ha pubblicato sul suo blog.

I never met David Bowie. After a while it almost became a game: I only had one hero left, and it was him. The nearest I came to it was meaning to send him a copy of Trigger Warning, with this story in it, and an apologetic note.

It’s unabashedly fan fiction. You can find the story of its origin in Trigger Warning.

°°° °°° °°°

Era il sovrano di tutto quanto si stendesse sotto i suoi occhi, anche quando restava di notte sul balcone del palazzo per ascoltare le notizie che gli riferivano e gettava uno sguardo alla luce pungente delle stelle raccolte in grappoli e in vortici. Regnava sui mondi. A lungo aveva cercato di regnare con saggezza, e bene, e di essere un buon sovrano, ma regnare è difficile e la saggezza può essere dolorosa. E aveva scoperto che quando regni è impossibile fare solo cose buone, perché non puoi creare senza distruggere qualcosa, e quindi non poteva curarsi di ogni vita, ogni sogno, ogni popolo di ogni mondo. Così, poco a poco, un momento dopo l’altro, una morte dopo l’altra, aveva smesso di curarsi di ogni cosa. Non sarebbe morto, perché solo gli inferiori muoiono, ed egli non era inferiore a nessuno.

Il tempo passava. Un giorno, nelle profonde segrete, un uomo dal viso insanguinato guardò il Duca e gli disse che era diventato un mostro. Un attimo dopo, l’uomo non esisteva più, una nota a piè di pagina nel libro della storia. Ma il Duca ripensò spesso alla conversazione nei giorni seguenti e alla fine annuì.

“Il traditore aveva ragione” disse. “Sono diventato un mostro. Orbene, forse tutti noi stiamo diventando mostri”.

Una volta, molto tempo prima, c’erano state delle amanti, agli albori del Ducato. Ora, al crepuscolo del mondo, con tutti i piaceri a portata di mano (e a ciò che si ottiene senza sforzo non si concede il giusto valore), e senza necessità di affrontare l’argomento successione (poiché anche l’idea che un giorno qualcuno potesse succedere al Duca sfiorava la blasfemia), non c’erano più amanti, non c’erano sfide. Si sentiva come assopito, con gli occhi aperti e le labbra che formavano parole, e nulla poteva risvegliarlo.

Il giorno dopo aver scoperto di essere diventato un mostro, era il Giorno delle Bizzarre Fioriture, che si celebrava indossando i fiori che arrivavano al Palazzo Ducale da ogni mondo e da ogni livello. Era un giorno in cui ogni cosa nel Palazzo Ducale -che copriva un intero continente- era per tradizione allegra, in cui ogni tristezza o oscurità era messa da parte. Ma il Duca non era felice.

“Come posso rendervi felice?” sussurrò sulla sua spalla lo scarafaggio informatore, che era lì per riferire a centinaia e centinaia di mondi le voglie e i desideri del suo Signore. “Parlate, Vostra Grazia, e gli imperi sorgeranno e cadranno per un Vostro sorriso. Le stelle arderanno e si spegneranno per il Vostro divertimento.”

Forse ho bisogno di un cuore” disse il Duca.

“Posso avere centinaia e centinaia di cuori appena tolti, squarciati, strappati, tagliati, affettati o in qualunque modo rimossi dal petto di decine di migliaia di perfetti esemplari umani” disse lo scarafaggio informatore. “Come volete che li prepari? Devo avvertire gli chef o gli imbalsamatori? I chirurghi o gli scultori?”

“Ho bisogno di tenere a qualcosa” disse il Duca. “Ho bisogno di dar valore alla vita. Ho bisogno di risvegliarmi.”

Lo scarafaggio sulla sua spalla stridette e squittì. Poteva aver accesso alla saggezza di diecimila mondi, ma non riusciva a dar consigli al suo Padrone quand’era di quell’umore. Così non disse nulla. Confessò la sua preoccupazione ai suoi predecessori, gli anziani scarafaggi e scarabei informatori, che ora dormivano all’interno di scatole decorate in centinaia e centinaia di mondi, ed essi si consultarono tra di loro con grande dispiacere, perché nell’immensità del tempo persino questo era già accaduto, e si prepararono ad affrontarlo.

Una procedura a lungo dimenticata fu messa in opera. Il Duca stava eseguendo il rito finale del Giorno delle Bizzarre Fioriture senza alcuna espressione sul viso sottile, da uomo che vede il mondo per quello che è e non gli dà valore alcuno, quando una piccola creatura alata sfarfallò fuori dal bocciolo in cui era nascosta.

“Vostra Grazia,” sussurrò. “La mia Padrona ha bisogno di Voi. Vi prego. Siete la sua unica speranza.”

“La tua Padrona?” chiese il Duca.

“Questa creatura viene da Oltre,” schioccò lo scarafaggio dalla spalla. “Da uno di quei luoghi che non riconoscono la Supremazia Ducale, da terre aldilà della vita e della morte, tra l’essere e il non essere. Deve essersi nascosta in un’orchidea importata da altri mondi. Le sue parole sono un tranello o un inganno. La farò distruggere.”

“No,” disse il Duca. “Lasciala stare.” E fece una cosa che non faceva da molti anni. Colpì lo scarafaggio con un dito bianco e sottile. Gli occhi dell’insetto da verdi divennero neri, e piombò con uno squittio in un silenzio assoluto.

Tenendo la creatura sottile nelle mani a coppa, il Duca fece ritorno ai suoi appartamenti, mentre la creatura gli raccontava della sua saggia e nobile regina, e dei giganti, uno più bello dell’altro, e uno più enorme e pericoloso e mostruoso dell’altro, che tenevano prigioniera la sua Regina. E mentre parlava, il Duca ricordava i giorni in cui un giovanetto venuto dalle stelle era arrivato nel Mondo per cercare fortuna (in quei giorni c’era fortuna ovunque che aspettava di esser trovata); e ricordandolo scoprì che la giovinezza era meno lontana di quanto pensasse. Lo scarafaggio informatore restava silenzioso sulla sua spalla.

“Perché ti ha mandata a me?” chiese alla piccola creatura. Ma, una volta portato a termine il suo compito, la creatura non parlò più, svanendo in una manciata di secondi, subitanea e definitiva come una stella che si fosse estinta per ordine ducale.

Rientrato nei suoi appartamenti, pose lo scarafaggio informatore ora ridotto all’inattività nella sua cassettina vicino al letto. I servitori gli portarono nello studio una lunga custodia nera. La aprì da solo e con un tocco attivò il suo gran consigliere. Questo si scosse, quindi guizzò e si attorcigliò serpeggiando sulle spalle del Duca, infilando la sua coda biforcuta nell’apertura neurale alla base del suo collo. Il Duca disse al serpente quello che intendeva fare.

Non è saggio,” disse il gran consigliere, che aveva in memoria le informazioni e i pareri di ogni consigliere ducale, dopo aver rapidamente esaminato i precedenti.

Cerco l’avventura, non la saggezza,” disse il Duca. L’ombra di un sorriso iniziò ad apparire agli angoli delle sue labbra; il primo sorriso che i suoi servitori riuscissero a ricordare di aver mai visto.

“Allora, se non posso dissuaderti, prendi un destriero armato,” disse il consigliere. Era un ottimo suggerimento. Il Duca disattivò il gran consigliere e chiese le chiavi della stalla dei destrieri da battaglia. La chiave non veniva usata da migliaia di anni, le sue corde erano polverose.

Il Duca prese la chiave e suonò un accordo di apertura.

Il Duca prese la chiave e suonò un accordo di apertura.

Un tempo c’erano stati sei destrieri armati, uno per ogni Signore e Signora della Sera. Erano brillanti, belli, inarrestabili, e quando il Duca era stato costretto con dispiacere a porre termine alla carriera di tutti i Governatori della Sera, si era rifiutato di sterminare i loro destrieri, collocandoli dove non potessero essere di pericolo per i mondi.

Il Duca prese la chiave e suonò un accordo di apertura. Il cancello si aprì, ed un destriero di un lucido color d’inchiostro, di nero carbone, avanzò impettito con grazia felina. Sollevò la testa e fissò il mondo con occhi arditi.

“Dove andiamo?” chiese il destriero. “Cosa dobbiamo combattere?”

Andiamo Oltre,” disse il Duca. ” E per quanto riguarda quello che dobbiamo combattere…be’, dobbiamo ancora capirlo.”

“Posso portarti ovunque,” disse il destriero. “E ucciderò chiunque cercherà di farti del male.”

Il Duca si arrampicò sul dorso del destriero corazzato, il freddo metallo cedevole come carne viva tra la sue cosce, e lo spronò in avanti.

Un balzo e si trovò a correre tra la schiuma e i flutti del Sottospazio: insieme stavano precipitando attraverso la follia che esiste tra i mondi. Il Duca allora rise, e nessuno lo sentì, perché viaggiavano insieme nel Sottospazio,  viaggiavano per sempre nel Sottotempo (che non si può calcolare con i secondi della vita di un uomo).

“Mi sembra una sorta di tranello,” disse il destriero, mentre lo spazio al di sotto delle galassie si dissolveva attorno a loro.

“Sì” disse il Duca. “Ne sono sicuro”.

“Ho sentito parlare di questa Regina,” disse il destriero. “O di qualcosa del genere. Vive tra la vita e la morte, e chiama guerrieri, eroi, poeti e sognatori al loro fato.”

“Mi sembra corretto,” disse il Duca.

“E quando ritorneremo nello spazio reale, mi aspetto un’imboscata,” disse il destriero.

“Mi sembra molto probabile,” disse il Duca, e in quella raggiunsero la loro meta, e irruppero dal Sottospazio nell’esistenza reale. I guardiani del palazzo erano belli come gli era stato riferito, e altrettanto feroci, e aspettavano.

“Cosa fate?” li interpellarono, mentre si avvicinavano per l’assalto. “Non sapete che gli stranieri sono vietati? Restate con noi. Fatevi amare. Vi divoreremo d’amore.”

Sono venuto a salvare la Regina,” disse loro.

(qui la seconda parte)

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Categorie: d'Inediti

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