Raccolto di migranti – Knockin’ on Heaven’s door

 

 

Oh, ma non risponde mai nessuno…

Guardate che questa pesa, eh? Son quasi mille, stavolta. Guardate che la lascio qui. A me cosa importa? Quello che dovevo fare l’ho fatto, ora torno indietro e ricomincio.

Busso, busso… e nessuno apre. Non posso neanche dire che mi spello le dita, che son tutta ossa. Ogni volta la stessa storia, non importa a nessuno. Lascio qui, e mai un grazie, un arrivederci. E sì che faccio quello che mi dicono di fare. E sì che non manco mai, mai: sotto il sole d’agosto, mentre siete in vacanza, io che faccio? Raccolgo. Nell’uggia di novembre, o nel gelo, dove sono io? A raccogliere.

E mai una parola buona: qua non aprono nemmeno, di sotto solo maledizioni e insulti. Ma io faccio quello che mi dicono, eh? Non è mia la colpa. È vostra.

Voi li mandate sul mare così, senza che sappiano, agnelli a Pasqua. Li mandate per il mondo con un assegno scoperto sul loro destino. Li mandate come fossero nudi.

E loro vengono verso di me, sfiorandomi anche se non mi cercano: l’alternativa è non aver alternativa, basta uno scarto, una parola di troppo e si crepa sul posto, basta ingoiare la paura al posto di un boccone di pane e si va avanti. Finiscono quasi tutti in questa cesta, vestiti delle reti dei pescatori, tatuati di conchiglie e sabbia.

Ne ricordate i nomi? Ne conoscete il viso, l’età?

Uno ha gridato Italia mentre lo abbracciavo: occhi da bambino, labbra ustionate dalla sete e dal sale. E non aveva mai visto il mare, prima di allora. Gli ho tolto dalle spalle il peso delle speranze, il piombo della memoria che lo mandavano a fondo e via, nella cesta.

Li raccolgo su rive sconosciute, mentre mordono una terra che non ricorda la loro, li sollevo trafitti da un solo colpo, derubati di tutto. E pesano.

Ma più ancora li abbraccio gonfi come spugne, li cullo nel blu: si aggrappano a me come ad un’amica, e io li ficco nella cesta, con delicatezza, se posso: mani che si allargano come stelle marine, veli di donna come alghe colorate.

E sono qua fuori, ora, la cesta piena e nessuno mi apre. Un bambino siriano pesa, pesa quanto una montagna, sapete?

Voi li mandate per le strade del mare, li mandate nudi e bruciati. Io sono l’unica ad accoglierli a braccia aperte: non sono santi, non eroi, forse non sono tutti come vorreste. Ma un guizzo del destino e anche il vostro posto sarebbe stato qui nella cesta. Le lacrime si sprecano -ancora acqua salata- il cordoglio si spande perché non costa nulla, le commemorazioni e il lutto nazionale sono medaglie di latta, brillano per poche ore.

Ma il mare è di nuovo calmo: devo tornare giù, riempire un’altra cesta.

Voi siete pronti ad altre lacrime, e quassù hanno di nuovo scordato di aprirmi la porta.

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

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