La speranza è l’ultima a morire (Happiness is a warm gun)

 

Quando uscì dallo studio barcollava: la segretaria era già pronta ad alzarsi per aiutarla, ma Stella la fulminò con un occhiata e quella pensò bene di restare dov’era. Afferrò il cappotto alla cieca ed uscì tentando con fatica di procedere in linea retta, le spalle diritte. Lungo le scale urtò qualcuno e lo sentì masticare insulti, ma non si voltò.

Una volta per strada si rese conto di non ricordare dove avesse parcheggiato, scelse una direzione a caso e procedette sbandando tra le persone cariche di pacchi e buste come fanno a sopportare il rumore, questo ronzio che spacca i timpani

Stella si guardò attorno cercandone l’origine, ma tutti continuavano la loro corsa verso chissà dove, testardi come pecore. Si fermò al centro di una piazza che le sembrava di conoscere: il rumore era diventato assordante, la faceva vacillare. Stringendo la borsa al petto, fermò un taxi e per un attimo temette di non ricordare l’indirizzo di casa. Si lasciò cadere sul sedile, la testa all’indietro ah finalmente finalmente il rumore c’è ancora ma meno cazzo era insopportabile non vedo l’ora di arrivare questo sedile puzza, puzza di fumo e di gente sporca

Dall’occhiata che il tassista scambiò con lo specchietto si rese conto di aver pronunciato la frase a voce alta. Si raddrizzò di scatto e passò il resto del tempo a strofinarsi le ginocchia, lo sguardo fisso sulla strada.

Salì a casa in fretta, chiedendosi se avesse pagato il tassista, ma non me ne frega niente cos’aveva da guardare quell’idiota la prossima volta mi sente la prossima volta appena mi guarda

Era distrutta dalla stanchezza, ma quando provò a mettersi sul divano saltò su come una molla: girava su se stessa, spaesata, mentre i buchi nell’arredamento lasciati da suo marito le saltavano sempre più agli occhi. Si era portato via proprio tutto della nostra vita insieme sono rimaste soltanto cornici vuote e spazi nella libreria

Una fitta rovente allo stomaco la risvegliò dal torpore: si era improvvisamente fatto buio, si era addormentata? ho tutto il tempo che voglio nessuno mi aspetta quello stronzo se n’è andato non vado al lavoro da già, non sapeva da quanto tempo non andava in studio, da quanto non rispondeva al telefono, da quanto non mangiava ma io non ho fame non ho più fame: ogni boccone che mandava giù diventava un veleno vomitato nel giro di pochi minuti tra dolori d’inferno, riusciva a tenere dentro soltanto pochi grammi di acqua e zucchero. Si precipitò allo specchio, osservandosi a lungo: la pelle sugli zigomi era tesa, quasi lucida, gli occhi scuri e belli scavavano enormi pozzanghere su un viso terreo, le labbra secche e sottilissime sembravano una ferita mal rimarginata. Stella prese il lucidalabbra, poi cambiò idea, iniziando a truccarsi con accanimento: troppo fard, troppa matita, troppo ombretto nero. Completò con un rossetto scuro e sorrise alla faccia che si agitava di fronte a lei: sei bella Stella sei ancora bella dovresti farglielo vedere che sei ancora sì è vero ci sono stati momenti difficili divorzio depressione ma ne sono uscita ora lo vedranno tutti lo capiranno mio marito lascerà quella lì e resterà con me per sempre in studio cacceranno la gattamorta che ha preso il mio posto aspettano solo che mi decida a tornare e torno torno

Ora torno

Si vestì in fretta, la sera diventava notte senza fermarsi: gettò a terra i pantaloni, le cadevano giù dai fianchi ossuti, infilò una gonna corta che non aveva mai avuto il coraggio di mettere. Si piacque abbastanza, sembro una ragazzina chissà le facce che faranno quando mi vedranno così mi lego i capelli come piace a lui e poi vado a dirgli presto presto non c’è più tanto tempo

Passò quasi mezz’ora in cucina a cercare di ingoiare, goccia dopo goccia, qualche cucchiaino d’acqua zuccherata, tossendo e sputando sul tavolo, cazzo almeno un pochino devo mandarla giù un minimo per mantenermi in piedi ho troppe cose da fare stasera poi avrò tutto il tempo che voglio cazzo cazzo

Si asciugò la saliva col dorso della mano, sbavando il rossetto sulle guance e sul mento ma il cappotto dove ho messo il cappotto non posso  uscire con questo freddo cazzo devo averlo lasciato in quel taxi di merda e allora chi se ne frega esco così non sarà certo un raffreddore ad ammazzarmi

Rise a squarciagola, tossì e rise ancora, appoggiandosi alla porta mentre usciva nella notte gelida: prima della polmonite, l’avrebbe uccisa il cancro all’esofago che le impediva di ingoiare la sua stessa saliva, uccisa per inedia o per soffocamento, non c’erano speranze di uscirne, quello stronzo di oncologo è stato sin troppo chiaro dovrebbe ricoverarsi Stella farmi imbottire di antidolorifici e aspettare di crepare che vada a farsi fottere non mi faccio rinchiudere ho troppe cose da fare io

Riaprì la porta di casa e si precipitò a prendere dalla scrivania l’oggetto che aveva quasi dimenticato. Controllò che fosse a posto, accarezzò il metallo scuro e rise.

troppe cose da fare

La prima pallottola fu per il portiere che le augurò la buonasera.

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Categorie: d'Inediti, diLetti

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

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