Sorgo rosso di Mo Yan

Mi capita, di tanto in tanto, di assegnarmi un compito. Data la mia visione piuttosto eurocentrica della letteratura mi impongo, sì mi impongo, sortite in luoghi lontani non tanto dal punto di vista geografico quanto da quello culturale. Persino opere americane assumono ai miei occhi, per questo, connotazioni esotiche, di alterità e distanza, arricchendomi ogni volta, come sempre accade quando ci si cimenta con qualcosa che non ci appartiene solo per principio.

È in questo modo, con occhi privi di pregiudizio e con la curiosità del viaggiatore, che ho intrapreso la lettura di Sorgo rosso di Mo Yan, premio Nobel per la letteratura nel 2012, scevra da sovrastrutture e opinioni pregresse, credevo. In realtà prima di acquistarlo ne avevo, ovviamente, più volte sentito parlare come del più grande capolavoro della letteratura cinese, epopea storica, racconto di una saga familiare e descrizione della Cina attraverso tre generazioni. Impossibile dunque, nonostante non volessi, non avere aspettative, attese, e persino una vaga sensazione di dover solo capire come fosse stilisticamente, credendo di sapere già come fosse strutturato e che tipo di trama dovesse possedere. E, chiaramente, sbagliavo.

Sorgo rosso non è semplicemente un romanzo storico, innanzitutto per la sua struttura, non tanto per la divisione in 5 libri, quanto per il modo in cui la narrazione si svolge. Sono l’orgoglio, la passione, il dolore, la lotta, il riscatto e la sconfitta i motori della trama, non il tempo. Il tempo non c’entra granché. Il racconto si svolge infatti a cavallo tra gli anni 20 e 70 del XX secolo, ma non segue in alcun modo l’ordine naturale degli anni, si dipana invece come fosse una coltivazione di sorgo. Il sorgo rosso si muove come facesse parte di una distesa d’acqua color sangue, crea onde, si piega, un fusto si spezza per lasciare che al suo posto nasca una nuova pianta.

Mo Yan si affida al ricordo di ciò che ha visto, ma ancor di più a quello che gli è stato raccontato, novello Omero si affida alla narrazione orale dei vecchi creando una sinestesia tra reale e fantastico. I personaggi principali, la nonna amazzone e fiera, il nonno bandito il cui nome,Yu Zhan’ao, è da tutti conosciuto, lo zio Liu, simbolo di fedeltà e coraggio, il padre che da adolescente vive sfide eroiche con la maestria di un adulto e i timori di un bambino, la seconda nonna di una bellezza fuori del comune e altri ancora e, su tutti, il sorgo, sono al centro di vicende che trapassano i confini della veridicità per abbracciare quelli del mito e della leggenda. È così, ad esempio, che nel racconto dello stupro della seconda nonna e dell’uccisione della figlia di lei e di Yu Zhan’ao, Mo Yan verga alcune delle pagine più crude e drammatiche del libro; al contempo descrive nel dettaglio l’esorcismo necessario alla donna che, pur essendo morta pochi giorni dopo la violenza, è posseduta da un demone. La veemenza dei giapponesi sul corpo di lei, la ferocia della violenza sessuale e dell’omicidio della figlia non sono seconde in realismo al racconto della possessione o dell’esistenza dello spirito della donnola.

Mito, leggenda e realtà si fondono in un modo che, ho letto, ha fatto accostare il libro di Mo Yan alle narrazioni di Marquez e al suo realismo magico. Io non mi sentirei di sottoscrivere questo accostamento, è come voler legare tra loro due mondi che, uno muto e l’altro cieco, non troveranno mai alcunché da dirsi. Legare il sovrannaturale alla realtà non produce necessariamente, né stilisticamente né a livello di trama, risultati similari.

Quello  che sembra pervadere il libro è anche la ricerca di una continua contrapposizione, non esiste bene senza il male, non esiste nuovo senza vecchio, e per questo vecchio e nuovo finiscono per esistere contemporaneamente e fondersi. L’eroe ha necessità di avere un nemico per dimostrare il suo coraggio o svelare la sua viltà, sia esso un giapponese, un cane, o il capo della società del ferro. Orgoglio e sorgo, sangue che tinge i campi e la storia.

Mi capita talvolta che qualcuno mi chieda di suggerirgli un libro e che accompagni a tale richiesta il termine “leggero“. Mi sono interrogata più volte su cosa significhi leggero. Può questo libro ad esempio essere definito leggero o, invece, pesante? Come si classificano i libri in base al peso delle loro parole?.

Ho, con la lettura di Sorgo rosso, imparato termini nuovi, diverse tradizioni, viaggiato in terre lontanissime. Seguirne l’ordine cronologico tuttavia mi è costato enorme fatica, attenzione, impegno in una lettura che non consente passività e che richiede la comprensione o quantomeno il tentativo di comprendere una cultura lontanissima. Ma forse leggero significa capace di penetrare all’interno, etereo da infilarsi dentro e rimanere, capace di farsi altro e lasciare nel lettore non tanto il ricordo preciso degli avvenimenti, quanto la forza narrativa dello scrittore e delle sue parole. E allora sì, Sorgo rosso di Mo Yan è un libro leggero poiché capace di catapultarti via, non tanto perché finita la lettura si conosca meglio la storia della Cina, dell’occupazione giapponese, delle coltivazioni di sorgo e di una famiglia attraverso le generazioni e le epoche, quanto perché riesce a darti la sensazione di possedere qualcosa che in realtà non possiedi

Sorgo rosso di Mo Yan è così leggero da pesare una tonnellata di storia millenaria sull’anima.

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Categorie: diLetti

Autore:diLetti e Riletti

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