Costruire dignità nelle favelas: un impegno fatto anche di filastrocche

 

 

 

C’era una volta un amico che ho perso di vista per molto tempo. Oggi quell’amico insegna diritto, tra l’altro; ma io continuerò a chiamarlo Michele, come quando eravamo ragazzini. Ho ricevuto una sua lettera che pubblico eliminando alcune parti che potrebbero renderlo riconoscibile. E non perché non voglia render merito a quello che fa, anzi.

In questa lettera Michele racconta delle favelas brasiliane, dei bambini che ci vivono, di un diritto parallelo e di filastrocche che salvano la vita o tentano di renderla più giusta. Le parole servono, non solo perché ci permettono di venire a conoscenza di ciò che accade lontano dai nostri occhi, ma perché costruiscono dignità, salvezza, futuro.

Cara Francesca,

scrivo queste righe per provare a sintetizzare quello che vedo e che cerco di fare col mio lavoro. Sarò disorganico, perché di queste cose è giusto parlare, riservando alla scrittura il dettaglio dell’analisi e della scoperta.

Sono un professore universitario, mi occupo di temi “tecnici” di contenuto giuridico, ma anche di questioni riguardanti povertà, ingiustizie, emancipazione, per la promozione del concetto di “cittadinanza” ossia di consapevolezza della propria dignità corporea, e quindi sociale e civile. In tale veste, in America Latina, collaboro con una organizzazione non governativa. Il lavoro è semiclandestino rispetto a quello che ufficialmente si legge e si vede di quella organizzazione. Operando dentro le favelas, ci si scontra con organizzazioni criminali transnazionali, che controllano droga, sesso, lavoro schiavo, traffico di organi. Dietro queste organizzazioni si nascondono insospettabili interessi statunitensi, svizzeri, tedeschi, magari orpellati da periodiche iniziative di beneficienza verso quelle stesse realtà, come le cliniche private per trapianti di organi che organizzano elegantissime cene di gala per finanziare la ricerca(!).

Qual è l’ispirazione di fondo di questo lavoro? All’ingresso dell’Università cattolica del Pernambuco di Recife dove lavorava Helder Camara, il vescovo della teologia della liberazione assassinato da sicari nordamericani, c’è scritto:

Se aiuto i poveri, mi dite che sono bravo; se cerco di capire perché esistono i poveri, mi dite che sono un sovversivo.

Ecco: il nostro non è lavoro caritatevole, ma sovversivo. Si insegna a scoprire i perché.

In questo impegno mi sento profondamente comunista, non nel significato ideologico ma immanente del termine, ossia convinto della centralità del “comune” come insieme di beni materiali e immateriali prodotti dalla corporeità di ciascuno di noi e dalle nostre relazioni affettive e sociali. Ma mi sento e mi impegno ad essere anche alteromondista (il mondo non ha un solo verso), queer (il sesso non è identità), indigeno (siamo tutti stranieri). In una parola, mi sento libero dalla necessità di essere una identità pre-codificata. La ricchezza di umanità queer e indigena l’ho scoperta tra i poveri e gli indigeni, tra le prostitute e i viados, tra i travestiti e i transgender: sorprendentemente più liberi di me, perché autonomi nella loro ricchezza umana incondizionata dalla proprietà di altro se non di se stessi, nonostante una condizione materiale di miseria e di sfruttamento.

Devi sapere che le favelas brasiliane sono del tutto diverse dalle Afropoli di Lagos o Johannesburg, come pure dai quartieri di Lima o di Città del Messico (qui, in un quartiere murato nel vero senso della parola, presidiato nei suoi pochi ingressi dalla polizia federale, possono vivere fino a 600.000 persone). Gli osservatori più intelligenti ci dicono che le metropoli sono lo specchio del nostro futuro: del resto, si calcola che, nel 2050, il 50% della popolazione mondiale vivrà in città con oltre un milione di abitanti.

Ma, dicevo, le favelas brasiliane sono diverse perché sono dentro la città: a Rio de Janeiro, dietro Copa Cabana o Leblon; a São Paulo dentro Morumbi (la Beverly Hills dell’America latina), dove Paraisopolis (così si chiama!) contiene 100.000 persone. Inoltre, le favelas, come tutte le altre baraccopoli dell’America del Sud, portano le vene scoperte delle violenze direttamente o indirettamente prodotte dall’ingombrante vicino statunitense, soprattutto durante i regimi militari (un racconto spietato si trova in Quel color che l’inferno mi nascose, di C. Martinez Moreno, ed. Le lettere; oppure basta che ti leggi il testo del “patto del Condor”).

murale

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Tuttavia, contrariamente a quel che si pensa, si tratta di luoghi di straordinaria ricchezza immateriale: non belli, anzi squallidissimi, ma vivi, veri, ricchi di umanità, intelligenza, capacità creative (tanto da produrre ora paradossali fenomeni di gentrification). In una parola, lì ti accorgi che la moltitudine dei poveri inventa strategie di sopravvivenza, di autoprotezione, forme di vita e di bellezza prescisse dalla proprietà del denaro, forme di libertà del corpo emancipate dalla estetica del possesso, circuiti di condivisione totalmente invisibili agli estranei, intelligenze solo apparentemente non “colte”, ma molto più lungimiranti del nostro individualismo compiacente.

Se si viaggia a Rio da “turista” non si coglie nulla di quel mondo e si rimane incantati delle meraviglie del posto e bigottamente sbigottiti per la miseria intorno alle spiagge meravigliose di quella città. Ma le vere meraviglie sono dentro quelle baracche. E sono meraviglie umane, che ti turbano per la loro bellezza, come dicevo, immateriale. Forse lo si può immediatamente intendere pensando al motto del samba: “tristeza não tem fim, felicidade sim” (la tristezza non ha fine, la felicità sì). È un mondo felice pur non avendo nulla. Balla e canta, ma non è un mondo stupidamente indifferente o ipocritamente compiaciuto.

Io l’ho scoperto nel 1999, quando mi portarono a tenere una “aula da ponte”, ossia a fare lezione in tema di diritti fondamentali in una favela. Come si può parlare di diritti, in un mondo dove si nega il diritto ad avere diritti? Da quella esperienza è cambiato il mio modo di lavorare, di studiare, di scrivere. Da quel momento viaggio molto e come posso, evitando e detestando di fare il turista (anche se a volte costretto dalle ottusità dei “colleghi”), per fermarmi a guardare luoghi che  i più non sanno vedere.

favela1È un mondo felice,dicevo. Eppure è un mondo terribile.

Solo in Brasile, il Movimento nacional de Meninos e Meninas de Rua conta 100.000 bambini-prostitute. Proprio così: bambini (maschi) indotti alla prostituzione (usati come femmine), tra i 10 e i 14 anni. Questa infanzia atrocemente negata dalla logica del sesso come possesso è tuttavia ricchissima di capacità reattive attraverso il gioco. Bisogna agire su questi bambini e bambine, non solo sottraendoli alla prostituzione – il che significa fare guerre vere e proprie con organizzazioni potentissime – ma soprattutto valorizzando la loro umanità straordinariamente resistente alla violazione del loro corpo. È a questo punto che si opera con le Brincadeiras: creiamo storie e filastrocche che consentono loro di comunicare in codice contro gli aguzzini, per farli cadere in trappola, per scoprirli (tra loro vi sono ovviamente tantissimi italiani), di comunicare dentro la favela cantando o ballando, senza che i criminali siano in grado di capire. Dentro le favelas, esiste un sistema di regole parallelo a quello ufficiale, chiamato appunto Direito achado na rua (diritto prodotto per strada). È il vero, effettivo codice di comportamento di tutti. I comportamenti indotti dai racconti passano inosservati ai più, perché apparentemente estranei a questo Direito achado na rua, quando in realtà ne diventano un elemento innovativo e di sovversione per intere famiglie e gruppi.

Infatti, attraverso il gioco si attivano circuiti di immunizzazione e protezione sociale difficilmente comprensibili agli sfruttatori esterni, ai quali il tutto appare innocuo o stupido. Ma quei circuiti servono a costruire la cittadinanza di questi bambini, affinché da meninas/os de rua non si trasformino in lavoratori schiavi o drogati senza futuro. Avvicinandosi alle Brincadeiras, i bambini imparano a pensare, leggere, scrivere. Giochi e canti servono a imparare regole di routine che altrimenti non avrebbero (può esistere la routine in una favela? E quale sarà?), edificando il senso di dignità della loro vita nei gesti della decenza quotidiana, nonostante quello che hanno subito o continuano a subire. Servono a scoprire la ricchezza dell’amore per la comune condizione, la ricchezza della loro povertà che nessuno vuole realmente sradicare. E in questo modo, nonostante la povertà, diventano liberi e soprattutto autonomi. Questi bambini saranno presto adulti con una memoria di terribili sofferenze, ma con la forza di una moltitudine capace di vedere il mondo e di viverlo in una ricchezza immateriale, come noi neppure siamo in grado di pensare. Saranno migliori di noi e più utili di noi.

Questo è quello che faccio. Di più non posso dire, perché se ti descrivessi questi canti se ne potrebbe scoprire il senso. E il confine tra ciò che facciamo e i rischi che si corrono per un suo fallimento è fragilissimo.

In ogni caso, per una persona che ama leggere per intelligenza e non per vanità, penso sia utile qualche riferimento di lettura e di visione.

Tra i film, per conoscere quel contesto: Cidade de deus; Un giorno devi andare; Rocinha, prodotto dal laboratorio “Fabrica”; e soprattutto Angeli del sole, ferocemente realistico. Per il traffico di organi, l’americanata Turistas rende comunque l’idea.

Ti consiglio di leggere M. Davis, Il pianeta degli Slum (Feltrinelli); ancora Rocinha (Mondadori); il bellissimo Cerimonia di Leslie Marmon Silko (QuattroVenti, Urbino) per il mondo indigeno.

Sul tema del “comune”, un libro difficile ma profondissimo è quello di A. Negri, M. Hardt, Comune. Oltre il privato e il pubblico (Rizzoli).

 

Ciao e grazie per la lettura.

Michele

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

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