La Liliana

 

Come ogni giorno di quell’inverno iniziato troppo presto e ancora ben lontano dalla fine, era difficile indovinare se ci fosse il sole da qualche parte. Attraverso la nebbia che fasciava di lana la pianura, il rumore ritmico si infilò piano, quasi sottovoce: sibilo prima, poi fruscio, ronzio insistente, e l’ombra grigia prese forma, velata e irriconoscibile solo per un attimo. Attraversando il sipario d’ovatta, il ciclista balzò fuori come un saltimbanco che provi il suo numero in una piazza deserta.

La Liliana aveva imparato l’orario e i giorni e lo osservava, nascosta dalle tendine di pizzo sintetico della trattoria “da Gino”, ristoro sul bordo della provinciale che porta al mare. L’abbiamo vista tutti, quella trattoria. Una come tante, senza pretese e senza imbrogli, l’unico cameriere che recita a memoria un menu che non è mai cambiato, piazzisti di aspirapolvere tutta la settimana e qualche camionista che ha lasciato l’autostrada per stanchezza o per errore. La domenica è il turno delle famiglie: strilletti di bambini sopra e sotto i tavoli, adolescenti imbronciati col telefonino in mano, almeno un paio di nonne odoranti di naftalina, la chioma turchina tenuta su da spruzzi di lacca.

E la Liliana dietro il vetro da trent’anni, a tirare la sfoglia.

Era una bella ragazza, la Liliana. quand’era arrivata lì, morbida e tonda, un sorriso accogliente come una porta aperta sotto una massa di riccioli che la cuffietta non riusciva a domare. Molti dei piazzisti ci avevano perso la testa e il tempo fra l’antipasto della casa e il caffè corretto, e forse qualcuno avrebbe voluto che quel sorriso si aprisse solo uno spiraglio in più, per poco o per tanto. Ma parole e promesse erano scivolate sul vetro davanti al bancone, e la Liliana era rimasta lì.

L’amorevole risultato del suo lavoro, trinciato in ordinate matasse gialle, era diventato la vera attrazione della trattoria: e alla Liliana piaceva pensare di nutrirli tutti con la stessa passione di moglie e madre mancata, immutabile e sincera, senza preferenze.
Per il ciclista, però, la preferenza c’era: ovviamente nessuno -né il vecchio Gino, men che mai gli avventori- avrebbe rischiato una vaga allusione alla Liliana che, quando di rado perdeva il suo sorriso caldo, perdeva anche la mano per la sfoglia. Scongiurando per viltà il pericolo, la guardavano preparare una o due volte la settimana i cappelletti in brodo.
Il brodo di cappone, la Liliana lo preparava la sera prima, lasciato bollire nel pentolone a fiamma bassissima, tutta la notte a fremere come lei, le bolle di attesa che salivano larghe e rade, movendo appena la superficie.
Trentadue tuorli e un paio d’albumi cadevano sul monte candido con piccoli sbuffi, rotolando di lato già imbiancati, in un’inutile fuga dalle dita della Liliana: mentre una piccola ruga di concentrazione si scavava fra le sopracciglia, le dita rosee affondavano nelle materie separate, nelle consistenze diverse, unendole con gesti decisi. La tenerezza conservata sotto il seno ampio cadeva sull’impasto come una manciata di semola, sparsa con la carezza veloce del palmo ed incorporata infine con la pressione conciliante del matterello che correva rapido, arrotolava e poi stendeva la sfoglia rugosa, ad ogni giro più sottile.
Dentro quella leggera veste d’oro, Liliana richiudeva con cura un cuore tenero e tremolante e profumato di latte, mescolando il parmigiano invecchiato che teneva da parte per i piatti speciali con lo squacquerone fresco.

Il ciclista arrivava, e il piatto fondo dove galleggiavano leggere scaglie di tartufo arrivava pochi minuti dopo sul tavolo. Lui mangiava piano, in silenzio, pagava, andava via. Ma prima di andare puntava uno sguardo diritto al vetro, dietro il quale la Liliana tratteneva il fiato. Nient’altro. Ma quello sguardo scuro e lucente come la canna di un fucile le frullava il sangue in crema.

Anche quel giorno fu così. Il ciclista arrivò, mangiò in silenzio. Ma, fu l’impressione della Liliana, quello sguardo finale non era durato un battito di cuore in più? Non si era leggermente voltato prima di uscire? Aveva finalmente sentito quanto taciuto calore ci fosse in ogni boccone? Rigirò a lungo sotto la cuffietta queste domande, respingendo con forza sempre minore le risposte assurde che si proponeva. Le tagliatelle non le vennero gran che bene, in quei giorni, e l’umore di Gino peggiorò di pari passo.

La Liliana aspettava scontrosa che la domenica passasse, confidando nel lunedì. O nel martedì. Insomma, si rese conto che aspettava il ciclista per ritrovare il sorriso.

I bambini strillavano, le nonne ridacchiavano, gli adolescenti scrivevano sms, quando dalla porta entrò un’altra famiglia domenicale. Una donna, esile e bionda, due bambini esili e biondi. E il ciclista, un po’ meno scuro, un po’ meno silenzioso. Cercò la Liliana dietro al vetro, ma lei teneva lo sguardo basso, sgualcendo tra le dita infarinate l’orlo del grembiule.
Quando il cameriere le disse sottovoce che avevano chiesto il suo piatto speciale, la Liliana si sfilò la cuffietta: tra i ricci brillavano alcune ciocche grigie.

– I cappelletti son terminati, Ettore.

E uscì sul retro a vedere se per caso fosse uscito il sole.

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

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2 commenti su “La Liliana”

  1. 19 marzo 2015 a 17:52 #

    una protagonista nostrana verace, invece, qui, costretta a cimentarsi contro un antagonista galantuomo ma impietoso: il tempo e le sue “ciocche grigie”. l’affresco che la descrive non solo è cucinato con grande cura, ma l’abilità è da gran chef della parola, dacché, indubbiamente, la “tenerezza conservata sotto il seno ampio” cade sull’impasto come una manciata di sillabe. unico appunto, forse nel finale i tre “Ma” ad inizio frase (“Ma prima”, “Ma quello”, “Ma fu”) sono troppi.

    • 19 marzo 2015 a 20:17 #

      Hai ragione, le riletture non bastano mai…posso ringraziarti per la lettura attenta e i commenti appropriati? 🙂

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