Letture precoci, riletture tardive: dilemmi di un’ex-ragazzina

Tornare a casa dei miei, nella casa della mia infanzia, mi induce -e penso che molti mi capiranno- una sorta di sdoppiamento: quella che ero decenni fa e quella che sono ora si aggirano per le stanze alla ricerca di tracce, di ricordi, vecchie foto e soprattutto libri, visto che i miei “da ragazza”, per mera questione di spazio, sono rimasti quasi tutti lì.

Sono stata una lettrice precoce, disordinata e molto fortunata: a soddisfare la bulimia di libri che mi affliggeva  il destino ha posto sulla mia strada un’intera agenzia di una grande casa editrice. Non proprio mia, insomma: apparteneva ad una zia benemerita che mi “passava gratis” sacchi di libri di ogni genere. Grazie a questo propizio caso, ero sommersa da una marea di romanzi, molti dei quali non erano forse adatti alla mia età (e questo potrebbe spiegare molte cose su di me, direbbe una persona cattiva).

Ritrovarli e sfogliarli significa riportare alla mente periodi e sensazioni, ma soprattutto meravigliarmi di quel che leggevo: Il male oscuro di Giuseppe Berto, Il campiello sommerso di Salvalaggio, Cowboy di mezzanotte di Herlihy o La vigna di uve nere di cui ho parlato poco tempo fa. Cosa mi è rimasto di quelle fameliche letture? Di sicuro l’amore per la bella scrittura, l’interesse per ogni tipo di letteratura, e la bulimia, sempre identica a se stessa: l’innamoramento per i libri, insomma.

Però ho sempre anche l’impressione di aver perso qualcosa, in quelle mie letture così precoci, di non aver gustato abbastanza, compreso tutto quel che c’era da comprendere. E siccome gli scrittori continuano a scrivere e i libri che voglio leggere  aumentano a dismisura, l’indecisione aumenta: torno indietro e rileggo o vado avanti?

Questo rovello è nato durante le vacanze di Natale, quando ho iniziato a sfogliare appunto una delle mie letture d’epoca, scoprendo che nella mia memoria era però rimasto ben poco: si trattava de Il libro dell’inquietudine, di cui riporto le prime frasi.

 

[FERNANDO PESSOA PRESENTA BERNARDO SOARES]

Esiste a Lisbona un piccolo numero di osterie o ristorantini ove, sopra una spaccio da dignitosa mescita di vini, si erge un mezzanino dall’aspetto rustico e casalingo, sul tipo dei ristoranti di certe cittadine dove la ferrovia non arriva. In quei mezzanini in cui, esclusa la domenica, gli avventori sono rari, è frequente incontrare tipi curiosi, poveri diavoli, visi senza interesse, gente che vive a margine della vita.
Il desiderio di tranquillità e i prezzi convenienti mi portarono in un certo periodo della mia vita ad essere cliente assiduo di uno di quei mezzanini. Capitava che, quando vi cenavo verso le sette, incontrassi quasi sempre un tale il cui aspetto, che dapprincipio mi era parso indifferente, cominciò a poco a poco a suscitare il mio interesse. Era un uomo dall’apparente età di trent’anni, magro, piuttosto alto, esageratamente curvo quando stava seduto ma un po’ meno quando era in piedi, vestito con una certa ma non totale trascuratezza. L’aria sofferente non conferiva maggior interesse al pallido volto dai tratti comuni; una sofferenza di difficile definizione che poteva indicare varie cause: privazioni, angosce, e quel patimento che nasce dall’indifferenza proveniente dall’aver sofferto molto.

Cenava sempre con parsimonia e alla fine del pasto si arrotolava una sigaretta con tabacco di cattiva qualità. Osservava acutamente i presenti, con aria attenta ma non sospettosa; il suo era uno sguardo censorio, ma un’attenzione che tuttavia non sembrava rivolta ai tratti e alle fisionomie della gente. Fu questo suo curioso atteggiamento che suscitò il mio primo impulso di interesse per lui. Cominciai a guardarlo attentamente. Mi accorsi che un’espressione di un’intelligenza discreta animava vagamente il suo viso. Ma l’aria depressa, la fredda angoscia stagnante fasciavano così perfettamente la sua fisionomia che era difficile penetrarla.

Sfogliandolo ancora, ho cercato di ricordare chi ero quando l’ho letto: una piccola spugna che si tuffava nei libri cercando di capire un mondo che appariva enorme. Probabilmente la maggior parte della bellezza, della profondità delle riflessioni di Pessoa mi è sfuggita, o forse ne ho colto qualcosa in maniera del tutto istintiva. Fatto sta che ho seriamente pensato di lasciar lì i due libri che avevo per le mani per rileggere quello. Le pagine che davo per conosciute, mi tentavano in realtà con il fascino dell’ignoto: io non sono quel che ero, loro invece sono sempre lì, magnifiche.

Rileggere serve, è anzi necessario: è un esercizio di riscoperta, è trovare in un luogo noto un giardino segreto. Rileggere è anche un modo per osservare se stesso come lettore: sentire che il gusto si è affinato, che alcune insofferenze si sono acutizzate; scoprire che la bellezza di un passaggio che si ricordava è tuttora intatta o che invece non ha resistito al trascorrere del tempo. È mettere alla prova memoria, gusto, giudizio.

C’è un lieto fine? Non proprio… sono partita lasciandole lì, le parole così nitide e belle, fasciate da una copertina dai bordi rovinati: ho tanti libri nuovi, intonsi, tanti che non so nemmeno quale sarà il prossimo.

Ma mi è rimasto il rimorso, quindi penso che chiederò a mia madre di portarmelo, la prossima volta. D’altronde, io sono Riletti, no?

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Categorie: diLetti

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

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