Cosima e il Principe (liberamente ispirato a Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa)

 

 

Si fece lasciare dal cocchiere all’incrocio tra la via principale e la stretta strada che entrambi conoscevano bene: al suo passaggio dalle basse porte sbucavano visi malamente dipinti, teste spettinate e ammiccanti, ma il Principe non sembrava degnarle di un’occhiata. La testa alta, un dito sospeso al taschino del panciotto, fingeva di ignorare i sussurri che si intrecciavano dietro il suo dorso muscoloso. Anche quelle popolane, come le loro più nobili sorelle, avrebbero fatto qualunque cosa perché il padrone si soffermasse su quel che restava delle loro grazie, e questo lo riempiva di un orgoglio che sapeva insensato già sul nascere, ma delizioso come un bicchiere di marsala invecchiato.

Mentre si cullava in questi piacevoli pensieri, una delle porticine si spalancò e una forma nascosta da un enorme catino si piegò in avanti, rovesciando un fiotto grigiastro di acque sporche sul Principe.

All’urlo feroce, seguì un gran trambusto: le donne del vicolo si precipitarono sull’uomo, tentando di asciugarlo con grembiuli macchiati e fazzoletti strappati dai capelli. Il Principe le scacciò come mosche con un gesto imperioso, mentre con occhi infocati cercava la colpevole di quel disastro, che restava pietrificata dall’orrore, il catino di legno vuoto ancora tra le mani.

Alzò il bastone digrignando i denti, ma vide gli occhi stringersi, aspettando il colpo, senza neanche abbozzare una fuga. L’uomo assorbì il pallore del viso e le labbra schiuse come una melagrana su chicchi candidi, gli zigomi alti sul viso irregolare e i capelli umidi, sparsi sulla camicia; sotto il tessuto sottile, due colline ancora acerbe sembravano sfidarlo. Non sentendo il colpo, la ragazza provò ad aprire gli occhi color nocciola tostata, sollevando la testa, incredula. La punta del bastone puntata sullo sterno la risospinse all’interno della casupola.

-Tu sei…?

-Cosima, ‘ccillenza.

Il principe disfece il triplice giro della cravatta, sfilando la spilla.

-Toglimi la giacca, Cosima. E accendi il fuoco, sbrigati.

La redingote marrone finì sull’unica sedia, e così il panciotto, dopo che Cosima ebbe riattizzato un fuoco stentato per asciugare gli abiti. Il principe in camicia studiava le forme della ragazza china sul braciere, la linea curva della schiena, il collo sottile dove spioveva una foresta intera di riccioli appena trattenuti da una striscia di stoffa strappata. La chiamò poi di nuovo per farsi sbottonare la camicia: quando arrivò all’ultimo bottone del collo alto, Cosima era sulla punta dei piedi e col naso quasi affondato nella peluria dorata sparsa sul petto dell’uomo.

-Maria, ‘ccillenza, come profumate.

Gli sfilò l’indumento candido, posandolo con mille cautele sullo schienale di legno.

-Gli stivali. E i pantaloni.

Cosima trattenne il respiro un istante, prima di piegarsi. Quello stemma dorato ricamato proprio sul davanti dei mutandoni, teso come un felino a ghermire la preda, certificava il potere, e lei avrebbe obbedito.

-Serva vostra, ‘ccillenza.

Il Principe gradì la risposta.

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

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