Stephen King intervistato su Rolling Stone: gli inizi, i critici, i generi letterari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sul nuovo numero di Rolling Stone, Andy Greene riporta il suo incontro con Stephen King nello studio dello scrittore, situato in un anonimo edificio di Bangor, nel Maine, fra cimeli e nuovi progetti letterari. E la lunga intervista che ne scaturisce ha il tono rilassato ma “fuori dai denti” di un uomo che a 67 anni può parlare della sua vita e della sua carriera (togliendosi anche qualche sassolino dalla scarpa) senza per questo smettere di divertirsi.

Qui la traduzione della parte iniziale, dove si parla di inizi, pregiudizi e critici.

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La maggior parte dei tuoi libri ha a che vedere con l’horror o il soprannaturale.    Che cosa ti ha spinto verso questi soggetti?

È connaturato. Tutto qui. Il primo film che ho visto era un horror. Ed era Bambi. Quando il cerbiatto resta bloccato nella foresta in fiamme, ero terrorizzato ma anche affascinato. Non so spiegarlo. Mia moglie e i miei figli bevono caffè. Io no. A me piace il tè. Mia moglie e i miei figli non sfiorerebbero una pizza con le acciughe. A me invece piacciono le acciughe. Quella cosa che mi ha attratto era connaturata in me, ce l’avevo in dotazione.

Te ne sei mai vergognato?      

No. Pensavo fosse divertente spaventare le persone. Sapevo anche che era socialmente accettabile perché esistevano già un sacco di film horror. E mi son fatto i denti su fumetti horror come The Crypt of Terror (serie edita da EC Comics tra il 1950 e il 1955, ndT).

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Scrivendo romanzi horror però sei entrato a far parte di uno dei generi meno stimati della narrativa.

Vero. È un genere che bazzica i quartieri poveri  della comunità letteraria, ma cosa potevo farci?  Ne ero attratto. Mi piace D.H. Lawrence. E la poesia di James Dickey, Emile Zola, Steinbeck . . . Fitzgerald, non troppo. Hemingway, per niente. Hemingway fa cagare, fondamentalmente. Se alla gente piace, fantastico. Ma se avessi iniziato a scrivere così, quello che ne sarebbe uscito sarebbe stato vuoto e senza vita perché non sarei stato me stesso. E devo aggiungere una cosa: ho in parte elevato il genere horror.

Pochi potrebbero sostenere il contrario.

È più rispettato ora. Ho passato la vita a predicare contro l’idea di scartare interi settori della narrativa bollandoli come “genere”, quindi non  accettabili come letteratura. Non voglio sembrare presuntuoso o niente del genere. Raymond Chandler ha elevato il genere poliziesco. Quelli che hanno fatto un ottimo lavoro hanno proprio annullato queste distinzioni.

Molti critici sono stati brutali nei tuoi confronti quando eri agli inizi.

All’inizio della mia carriera, The Village Voice ha fatto una mia caricatura che mi fa male ancora oggi quando ci penso. Nel disegno mangiavo soldi, con una faccia grande, gonfia. Questo per la convinzione che se la narrativa vendeva un sacco di copie, doveva essere cattiva. Se qualcosa è accessibile a molte persone, deve essere stupida, perché la maggior parte delle persone è stupida. E questo è elitario. Non ci casco.

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  Ma questo atteggiamento continua oggi. Il critico letterario Harold Bloom ti ha ferocemente fatto   a pezzi quando hai vinto il National Book Award circa dieci anni fa.

Bloom non mi ha mai fatto davvero incazzare perché ci sono critici –e lui è uno di loro- che  ostentano la loro ignoranza verso la cultura popolare come simbolo del loro valore  intellettuale.  Può dire che Mark Twain è un grande scrittore, ma per lui è impossibile dire che c’è una discendenza diretta da –poniamo- Nathaniel Hawthorne a Jim Thompson perché non legge tipi come Thompson. Pensa soltanto “Non l’ho mai letto, ma so che è tremendo”. Michiko Kakutani, che scrive recensioni per il New York Times, è uguale. Recensirà un libro come “The Bone Clocks” di David Mitchell (l’autore di Cloud Atlas, per intenderci, ndT), che è uno dei migliori romanzi dell’anno. È ottimo come “The Goldfinch” (Il Cardellino, ndT) di Donna Tartt, ha lo stesso tipo di profonda risonanza letteraria. Ma poiché contiene elementi di fantasy e fantascienza, Kakutani non vorrà comprenderlo. In questo senso, Bloom e Kakutani e diverse altre eminenze grigie della critica letteraria sono come i bambini che dicono “non mangerò mai questa roba perché i diversi tipi di cibo si toccano fra loro nel piatto!”

I critici cinematografici possono guardare un film popolare come “Jaws” (Lo Squalo, ndT) e incensarlo, ma in un’altra sezione dello stesso giornale i critici letterari possono stroncarti per “The Stand” (L’ombra dello Scorpione, ndT).

Per sua natura, il film è ritenuto un mezzo di comunicazione accessibile a tutti.  Diciamolo chiaramente, puoi portare un emerito somaro a vedere “Jaws” e capirebbe quello che succede. Non so chi sia l’Harold Bloom del mondo del cinema, ma se trovaste qualcuno del genere e gli diceste: “Facciamo il paragone tra “Jaws” e “400 Blows” (I 400 colpi, ndT) di Francois Truffaut,” riderebbe dicendo “Be’, Jaws è divertimento popolare da quattro soldi, ma 400 Blows è cinema.” Stesso elitarismo[…segue]

 

 

fonte: Rolling Stone n.1221, 6 novembre 2014 rolling stone

 

 

 

 

Artwork: Janine Bond

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Categorie: d'Interviste

Autore:diLetti e Riletti

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4 commenti su “Stephen King intervistato su Rolling Stone: gli inizi, i critici, i generi letterari”

  1. 31 ottobre 2014 a 19:46 #

    dove trovo il resto dell’intervista tradotto in italiano?

Trackback/Pingback

  1. Stephen King, la dipendenza da droghe e la scrittura- intervista a Rolling Stone | diLetti e riLetti - 4 novembre 2014

    […] ovunque, persino in Famiglia Cristiana): se rispondendo alle prime domande che trovate in questa pagina, King ha parlato dei suoi inizi, di generi letterari e anche di alcuni critici letterari, qui […]

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