Stretto – Timballo di anelletti vegetariano

Stretto. Stretto. Stretto. Possiedo un vocabolario molto vasto ed uso 6432 parole nelle mie conversazioni quotidiane. Di qui la prima questione: perché ne conosco il numero preciso? E perché l’unica che mi invade il cervello ora è “stretto”? Vorrei mettermi in piedi e questo è davvero buffo, sono anni che desidero avere più tempo per riposarmi… non era all’eterno riposo però che anelavo. Già, dimenticavo il particolare che sono morto. Sei in piedi un attimo prima, mangi tartine a una festa, e un attimo dopo i vermi mangiano te. Non lo trovo divertente, proprio no. Il contrappasso non c’entra, io i vermi non li ho mai mangiati, giuro. Voglio proporre reclamo, a chi devo rivolgermi? San Pietro e le chiavi non ci sono, il superiore non s’è visto, e se questa fosse l’eternità c’è di che incazzarsi. Voglio tornare subito indietro, fare sesso con chiunque, fumare senza sosta, commettere ogni genere di nefandezza. In verità ne ho commesse molte, ma se non c’è punizione allora non sono mai sufficienti. Niente paradiso, niente vergini, niente reincarnazione, tanto mogano e velluto, ma chi l’avrà scelta questa bara orribile? M’hanno ucciso. Stretto ed arrabbiato, non ho dolori eppure la sento: una ferita, un buco nella mia stessa carne. Curioso che ci si assuefaccia a tutto, da vivi come da morti, anche ad un orifizio che proprio non dovrebbe esserci. Vorrei provare a capirne di più. Non ero un santo, certo no, forse avevo numerosi nemici, parola da poliziesco di quart’ordine. Me lo vedo Terence Hill a indagare sulla mia morte. Ma a chi diavolo sarà venuto in mente di far fare il prete ad uno che ha passato la vita a simulare gli sbeng e i pum. Basta divagare, ci vuole ordine perbacco.

Ero ad una festa con le tartine di cui ho già detto, un bicchiere di un aperitivo rosa ed indigesto, di quelli che Dio solo sa cosa i camerieri del catering possono averci infilato dentro. Me li immagino in cucina: “Vuoi sputare tu o faccio io?”. Eravamo una trentina, festeggiavamo un mio grosso affare. Meritato successo, oh sì, meritatissimo. Quante notti senza sesso, pranzi senza un tavolo, giorni senza il sole. Che vita di merda! Dicevo, in trenta su per giù, io ovviamente, con una giacca troppo stretta, è vero avevo scarsa capacità di rassegnarmi ai chili di troppo in vita, ma mi ero sinceramente affezionato. C’era mia moglie Carmen ovviamente, carina direi, rossa e lentigginosa come è ovvio sia una Carmen. Che mania chiamarle efelidi, hai le lentiggini cara, rassegnati. A vent’anni carina come Pippi Calzelunghe, a quaranta una a cui non erano sufficienti le zampe di gallina, pure le lentiggini ci volevano. L’ho tradita spesso e con soddisfazione. I nostri figli erano stati costretti a presenziare all’evento, carucci pure loro, ma a dire il vero ci conosco poco, e avere estranei per casa non è che faccia poi così piacere. Io mio padre l’avrei accoltellato, non potrei eventualmente avercela molto con loro. Il mio socio Carlo era al mio fianco come al solito, eterno amico, eterno rompipalle, uno che per andare in bagno alza la mano, per parlare alza la mano, non sempre si nota la differenza. Gli avrei voluto sinceramente bene, se fosse stato un cane. L’ho umiliato in ogni occasione che mi si è presentata, godendo ogni volta come se fosse la prima, alle volte meglio del sesso, specie se il metro di paragone è Carmen. Daria e Sergio facevano da tappezzeria, amici di mia moglie, lei sostiene anche miei, ma io non saprei dirlo, annuisco e sorrido quando mi parlano e lei ha un bel paio di tette. Ho venduto loro un terreno agricolo assicurandogli sarebbe diventato edificabile, cosa mai accaduta, non ho mai saputo se abbiano capito che l’ho fatto apposta, non tanto per i soldi, ma per vedere singhiozzare il bel petto di lei. In ultimo Eva, imboscata in qualità di segretaria, bella, come descrizione basta. Non ha personalità, intelligenza, carattere, ma ha due gambe lunghe chilometri, da attraversare ancora e ancora. Che conta quel che le esce dalla sua bocca finché mi ci fa entrare. Le ho promesso per mesi che avrei lasciato mia moglie, ma siamo seri, le lentiggini mi disturbano ma mi disturberebbe di più ma un’oca starnazzante come compagna. Degli altri nulla da dire, inutili invitati, inutili persone, a parte Ernesto e Nunzia, il maggiordomo e sua mamma, la governante, i miei piccoli, stipendiati, schiavi fedeli, persone mi parrebbe una definizione eccessiva. Quelli che ho menzionato non sono più importanti degli altri intendiamoci bene, ma erano i soli ad avere un motivo sensato per praticarmi uno sfiatatoio all’altezza dell’inguine. Ricordo tutto dell’inutile festicciola e niente dell’omicidio, al pari che ricordare di una partita di Champions solo la pubblicità. Mi sono perso il mio momento topico, qualcuno mi ha punito per le mie cattiverie e io non lo ricordo. Fregati! Se ritorno zombie la lezioncina non l’avrò imparata. Ricostruiamo la scena, fino all’ultimo impareggiabile secondo. Non sarebbe stato più gradevole un ictus durante un orgasmo? Basta divagare, sono il morto detective più rimbecillito della storia. Tutti in piedi, in alto i calici, sguardi vogliosi rivolti al mio portafogli ora più rigonfio, scusate mi scappa, le scale, le salgo, il bagno, urino, tiro lo sciacquone, lavo le mani, non riabbasso la tavoletta, tanto per fare un dispetto a Carmen, mi volto, vorrei aver detto “quoque tu”, ma a onor del vero credo d’aver detto “ohi”, la mia ultima parola non è nemmeno una parola. Come se Cesare avesse abbandonato questa terra con un rutto. Perché non riesco a ricordare chi brandisce la lama lì verso il mio piccolo me? Ricordo d’aver pensato: Mi serve, davvero mi serve, preferirei essere morto piuttosto che impotente. Questo mi sento ancora di sottoscriverlo. Dunque, chi?

 

Adesso so chi è il primo che non può aver commesso l’ignominia di estirpare il mio virgulto dal mondo. Sergio caro, non sei stato tu, oh caro, caro Sergio. Zoppo da tre anni non potrebbe aver percorso il salone, salito furtivamente la scala ed essermisi parato alle spalle nel tempo che io stesso ho impiegato per salire, e fare pipì. Inoltre se mi fossi trovato quello storpio alle spalle non credo avrei esclamato ohi. Zoppo dicevo, in seguito ad un incidente, di calcetto. Trascinando il suo inutile peso e la sua inutile gamba produce un rumore ritmico e cadenzato, l’handicap lo ha reso più affascinante, crede lui. Sono stato mille volte sul punto di urlargli: non sei Efesto scagliato dall’Olimpo né tantomeno un calciatore feritosi all’Olimpico, questa radice in nessun caso t’appartiene, stupido zoppo. Sergio scriminato dalla lista dei possibili omicidi perché ho sempre preferito usare il bagno al piano superiore, divertente no? Lo consideravo poco meno di un escremento, e la mia passione per depositare i suddetti al piano superiore lo ha salvato.

 

Ancora stretto. Certe informazioni dovrebbero essere a disposizione di tutti. Urlate, scalciate, vomitate il rancore e lasciatevi andare ad eccessi e bagordi, cosa volete che sia, in una stupida bara porpora almeno potrete farvi un po’ di risate. Appuntare: se torno zombie devo raccontarlo a tutti. Restano dunque nove serpi, di cui tre generate da me, più che serpi in seno serpi sullo stomaco.

Mi sposai con convinzione, lo desideravo fermamente, volevo tutto quello che potesse essere invidiato, se uno dei miei figli avesse avuto un qualche ritardo o una malformazione genetica non avrei esitato a trasformarmi in uno spartano. Chi passa davanti a casa mia deve avere un travaso di bile, non frequento persone più intelligenti o ricche di me, perché io possa desiderare la compagnia di qualcuno è necessario che non lo stimi né lo invidi, cadrebbe così il mio castello di carte e, prima del trapasso in seguito al trapassamento tramite lama, ero seriamente tentato di rottamare mia moglie. Donna deliziosa ma che cominciava ad essere fuori target, invidiatami solo da sbavanti ottantenni: troppo facile vincere con qualcuno che considera un bocconcino chiunque abbia le tette più su delle ginocchia. Peccato nessuna fase due, nessuna rottamazione della consorte, sarà una vedova affranta lo so, l’ho scelta a dovere. Talmente legata alle apparenze che sputando sulla mia tomba farà di certo finta che il liquido che cade sia lacrimale.

 

E se fosse stata lei? Oh signore fa che non sia stata lei! Cosa direbbero i vicini? Maledetta se sei stata tu giuro mangio a morsi il mogano e striscio fino a te. Ecco, mi riaffiora un particolare, sono in piedi con le mani ancora un po’ umide, pronuncio la famosa esclamazione che non finirà sui libri di storia e vedo il fendente arrivare, penso al mio pene, come ho già detto. Devo riuscire a risalire la lama del mio costoso coltello, oh dio è il mio. Di nuovo inutili imprecazioni, quasi quasi bestemmio. Questa sì che è legge del contrappasso. Coltello giapponese, Nakiri bocho, acciaio al carbonio delle katana, le spade giapponesi, perché noi modestamente siamo invidiabili anche in cucina. Arriva lo squarcio, non ricordo il dolore, non vedo le dita, non so se sono di donna, ma se i ricordi non mi ingannano il colpo arriva da una mano destra e, siccome credo che nessun assassino nella storia abbia mai dato una coltellata di spalle, allora l’omicida, il deprecabile rifiuto della società che ai miei occhi è stato per un attimo Lorena Bobbit, è un comunissimo destrorso. Oh gaudio, la mia delicata e lentigginosa dolce metà e due delle creature che ha messo al mondo sono mancine, il pubblico ludibrio è ormai probabile solo per un quarto. Amore mio, Santa dalle meravigliose efelidi (mica comunissime lentiggini), non fosti tu e nemmeno due delle graziose creature che portasti in grembo a cancellarmi dalla terra. Lucertoline adorate, forse la terza è una serpe, ma Emma la mia primogenita, e Gabriele il mediano non mi hanno perforato. Forse Donato, quello a cui ero in un certo senso più affezionato, non dava rogne né fastidi, silenzioso al limite dell’autismo (è un modo di dire ovviamente, oppure il salto dalla rupe non glielo toglieva nessuno). Rimangono nella cerchia dei candidati alla mia ira eterna Carlo, Eva, Daria, Donato e i due sguatteri. Un altro particolare, o meglio una riflessione, un attimo prima del fatto criminoso sento bussare alla porta. Un criminale educato devo ammetterlo, ricordo d’aver chiesto: “Chi è?”. Mai avrei utilizzato i sevizi igienici senza chiudere la porta, non certo per senso del pudore, ma non mi piace mi si veda in situazioni di vulnerabilità. Quale più di questa lo è? Dunque è seguita di certo una risposta che uno scherzo del destino vuole io non ricordi. Ehi voi lassù, davvero divertente, se avessi le labbra in uno stato meno avanzato di decomposizione riderei di gusto statene certi. Ah ah ah, la religione non è l’oppio dei popoli ma la mia barzelletta personale. Ho accolto l’accoltellatore lì, ho permesso al novello Giuda di entrare nel sancta sanctorum di ogni adulto medio, ed ecco due candidati allontanarsi a braccetto. La tettuta Daria fuori dall’elenco, non eravamo in confidenza noi quattro, io lei e le sue due più interessanti argomentazioni protese in avanti. Non l’avrei fatta entrare a meno che non avesse bussato con le argomentazioni in vista, e questo non è possibile: è noiosamente fedele, non per bontà d’animo ma per paura. I soldi sono del marito, che a dire il vero marito non è, il compagno come suole dirsi, che la lascerebbe con due toppe da mettere ai punti giusti. Furbo Guido, se torno zombie magari una chiacchieratina con lui la faccio. Carlo non l’avrei di certo fatto entrare, un uomo estraneo alla famiglia con me da solo, in una stanza dedicata principalmente alle nudità? Ma che stiamo scherzando? E se un vicino curioso mi spiasse dalla finestra dirimpetto, e se la polizia avesse delle cimici nel mio bagno? Ma se non facevo altro che sbandierare le mie infedeltà coniugali. Signore e signori ecco a contendersi il titolo reietto-rifiuto-ignobile-schifoso di quest’anno, rullo di tamburi, la bella pluripiumata Eva, il silente quasi autistico Donato e i due schiavi. La mia amante, il frutto dei miei lombi e due rozzi parassiti. Ma certo, ora so qualcos’altro. La ferita che mi ha portato alla morte è profondissima, sono stato letteralmente trapassato da parte a parte, sento addirittura una scheggiatura sull’anca, questo elimina quell’idiota di Eva. Lenta di testa e debole come un uccellino, a letto certo era una tigre ma non esageriamo, non è che mi sollevasse sul lampadario, si limitava ad una bella collezione di numeri da contorsionista, non da culturista. Stesso discorso per Nunzia, ha un miliardo di anni, infatti le ho comunicato che a breve dovrà cercarsi un bell’ospizio dove finire i suoi giorni, io non faccio beneficenza ai vecchi, poi oramai puzza di quel mefitico odore che annuncia la morte, io non pago per farmi appestare la casa. Restano allora il troppo-pagato Ernesto e il semi-muto Donato. Oh cazzo, oh cazzo, oh cazzo, lo so, so chi è stato. Mi vedo, sto cadendo in ginocchio, mi tengo la mano sul pube, è piena di sangue, crollo al suolo e ruoto il collo, sento un rumore d’acqua, sento una voce, che sembra provenire da una caverna dire “Te l’avevo detto”.

Chi mi aveva detto cosa? Era Donato o quel pezzente attaccato ai miei coglioni?

Oh santo Dio, m’ha ucciso lui, bastardo schifoso, la voce non la riconosco, ma ora so.

Quell’essere inesistente, quel sorcio, me l’aveva detto: Signore sporca sempre la tavoletta e sgocciola a terra. Sì, è vero, avevo fatto pipì sul bordo e per terra. Sono morto per questo, perché non mi curo di fare centro. È assurdo! Stupido obbrobrio, sgorbio demente, Ernesto la pagherai. Ti sbatteranno in prigione, lo dirò a tutti, finirai i tuoi giorni a pulire i cessi di una galera… ma, ora che ci penso bene.

A chi lo dico?

 

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Timballo di anelletti vegetariano

  • 250 gr di anelletti – formato di pasta tipico di Palermo
  • 500 gr di zucchine tritate
  • 300 gr di salsa di pomodoro
  • 1 cipolla
  • 2 carote
  • 1 costa di sedano
  • 200 gr di piselli (anche surgelati)
  • 2 melanzane
  • 1 uovo sodo tritato
  • sale
  • pepe
  • olio extravergine d’oliva q.b.
  • qualche foglia di basilico
  • burro q.b.
  • parmigiano o pecorino o caciocavallo grattugiato q.b.
  • pangrattato q.b.

Per il ragù vegetariano soffriggiamo un trito di cipolla carote e sedano, quindi aggiungiamo le zucchine a cubetti e insaporiamo per un paio di minuti, quindi sfumiamo col vino e lasciamo cuocere a fuoco moderato un paio di minuti. Aggiungiamo la salsa di pomodoro e le foglie di basilico, abbassiamo il fuoco e lasciamo cuocere circa 15 minuti. Nel frattempo affettiamo le melanzane. Friggiamole e lasciamole raffreddare su carta assorbente.

Soffriggiamo una cipollina tritata, aggiungere i piselli, sale, pepe, una puntina di zucchero, mezzo bicchiere d’acqua e lasciamo cuocere per 20 minuti.

Mettiamo a cuocere gli anelletti: dovendo terminare la cottura in forno, la pasta non deve arrivare a cottura ma scolata a circa a tre quarti, quindi molto prematuramente.

Versiamo in una ciotola capiente la pasta scolata, parte del ragù, i piselli e abbondante formaggio grattugiato. Imburriamo e cospargiamo di pan grattato una teglia alta, creando sul fondo uno strato uniforme di fette di melanzane fritte che fuoriescano dalla teglia. Versiamo gli anelletti conditi, cospargiamo con l’uovo sodo, altro formaggio, il restante ragù di zucchine e ripieghiamo le melanzane in uno stretto abbraccio.

Sigilliamo con cura con le restanti fette di melanzana, cospargiamo definitivamente di pangrattato e seppelliamo in forno caldo per venti minuti.

Si può consumare caldo o lasciar raffreddare. Ma sbrigatevi: non avete mica l’eternità davanti…

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Categorie: diScritti in dispensa

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

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