Cap. III Quello che sostiene il medico – اصابع زين Dita di Zineb

Mentre la banda si allontana, trascinandosi appresso vescovo, statue e buona parte della folla, Cuncettina resta pietrificata a guardare la venditrice di passatiempi. Che fosse una macàra era cosa nota: Cuncettina stessa più volte era ricorsa ai suoi talenti per risvegliare la deficitaria passione del fu Cazzato Ippazio e aveva trovato un efficace rimedio in certi fiori blu da sbriciolare nel vino; ma che la vecchia spifferasse a Teresa ogni segreto -e quindi anche le sue personalissime visite- questa era cosa più che indegna.

E cussì se ‘mpara! -sibila la comare. E a Teresa che la guarda allocchita spiega:

-Insomma, quella povera ragazza ridotta così, è tutta colpa sua, alla fine.

Sine, sine, ma pure la madre, che non si poteva frenare un poco? doveva per forza farla sposare, sta vagnona?

All’unisono con le campane del duomo che chiamano ora alla messa solenne, le due comari scuotono la testa, afflitte dalla bassezza umana. Proprio nel mezzo di quel dondolio, Teresa scorge con la coda dell’occhio l’avvicinarsi di una figura ben nota e si blocca di scatto, la bocca come una O disegnata da un bambino con un rossetto rubato.

-Signore, ma che bella sorpresa!

Il dottor Augusto Papadia, conosciuto dai più come Don Tulettone per il suo abbigliamento sempre inappuntabile, completo di scarpe bicolori e farfallino, nonché medico del paese, si avvicina alle donne sistemandosi il fiore all’occhiello.

-Dottore, che eleganza- si sdilinquiscono le due comari, per poi immediatamente indagare:

-Tutto solo alla festa?

Cuncettina è partita per prima, senz’ombra di remore, ma subito Teresa la incalza, cercando di dribblare la sfacciataggine dell’amica con un interesse sproporzionato:

– E come mai, come mai…

Intanto con la precisione di un ecoscandaglio sondano la folla che si dirada alla ricerca delle forme abbondanti della madre di Rosaria, senza però scovarle. Ma Don Tulettone svicola, e riesce a trascinare le donne fino ad un tavolino provvidenzialmente libero. Dopo aver ordinato le granite di caffè con panna, il dottore attacca a voce bassa:

-In realtà ho lavorato fino ad ora, una storia terribile, signore care, terribile. Non dovrei dirvi nulla, ma credetemi, una di quelle storie che finiscono sui giornali, anche se ho ritenuto di dover parlare col questore per suggerire discrezione, molta discrezione.

A questa premessa, le donne si raddrizzano sulle sedie di metallo avvicinandole al tavolino:

-Dottore, ma che impressione! Mi sta facendo rizzicare le carni- nell’eccitazione dell’imminente notizia, Cuncettina mischia sbrigativamente il dialetto all’italiano. Teresa non riesce neanche a parlare e annuisce, ad occhi sbarrati.

-Signora Cazzato, mi creda, uno scandalo mai visto: Rosaria, la moglie di Uccio Aldino -nel nominare il proprietario del bar il dottore riduce la voce a poco più di un sospiro- sta chiedendo l’annullamento del matrimonio alla Sacra Rota, sostenendo l’impotentia coeundi del marito e anche, cosa ben peggiore, di essere stata indotta al connubio dall’assunzione incauta di certe sostanze psicotrope.

Don Tulettone si rende conto che le due signore hanno capito una percentuale minima di quanto ha appena raccontato, e tenta di riassumere la situazione:

-Insomma, capitemi: il marito non ce la fa a… e la ragazza probabilmente non capiva cosa faceva quando lo ha sposato.

-Aaaaahhhh! , sospirano insieme le comari, con gli occhi che brillano di improvvisa comprensione.

-Queste sostanze, queste… droghe, diciamo così, sono state consigliate alla madre della poveretta da un’abusatrice, da una sedicente maga, tale…

-…Scerazà!, esclamano in coro le due, a cui non sembra vera tanta dovizia di dettagli.

Don Tulettone ride soddisfatto:

– Le voci volano, vedo, e persino due signore assennate e timorate come voi sanno quindi a chi mi riferisco: la maga in questione propina a qualunque credulone erbe e intrugli dannosi, a volte anche letali, spacciandoli per filtri d’amore e afrodisiaci. Io stesso ho visto tra le sue erbe roba pericolosissima, fiori di aquilegia, bacche e foglie di belladonna, che assunti incautamente potrebbero provocare allucinazioni, arresto cardiaco…

– …morte?!?

Il coro delle due donne assume ora toni di pura tragedia. Soprattutto Cuncettina appare sentitamente preoccupata: suda a grosse gocce e si sventaglia sempre più forte, ansimando.

Il dottore insiste, ignaro:

-Non voglio urtare la vostra sensibilità, ma non immaginereste mai quante signore cercano di risvegliare gli ardori di mariti inappetenti con quella robaccia, con il risultato di far schiantare i poveri uomini non già di piacere, ma di infarto…

Le comari, che invece immaginano benissimo, affondano il naso nei bicchieri delle granite, evitando di guardarsi.

-E insomma, signore, vi ho detto tutto, non entro in ulteriori dettagli. Ho supplicato il questore di evitare ulteriori imbarazzi a delle famiglie così per bene, ma quella truffatrice finirà in galera quanto prima.

Come guidati da fili invisibili, i tre si voltano simultaneamente verso la venditrice-maga a condannarla con lo sguardo, ma la bancarella è scomparsa, la donna volatilizzata. Nella sera imminente, le luci delle parature esplodono in un delirio di colori e un brivido di meraviglia corre nella piazza, tra i palloncini smarriti che volano nel cielo e l’odore delle mandorle pralinate.

E domani qualcuno inventerà una nuova storia per Sheherazad, la maga scomparsa in un giorno di festa senza lasciare alcuna traccia.

Dolce

Dolce

اصابع زين Dita di Zineb

1 e 1/2 bicchiere di semola sottile, 1 e 1/2 bicchiere di farina, 1/2 bicchiere di burro fuso freddo, 1 grosso pizzico di sale, 1 cucchiaio di zucchero, 1 cucchiaino di lievito istantaneo  (Si dovrebbe aggiungere del mahleb –una spezia estratta dai noccioli di un particolare ciliegio- ma è difficile da reperire. Si può sostituire con alcune gocce di estratto di mandorle o acqua di rosa).

Per lo sciroppo: 100 grammi d’acqua, 30 grammi di miele, 80 grammi di acqua di fiori d’arancio

Far bollire l’acqua con il miele e l’acqua aromatica fino a sciogliere del tutto il miele. Far intiepidire.

Versare gli ingredienti secchi in una ciotola, mescolarli; poi aggiungere il burro e strofinare fra le mani fino a formare delle briciole.

A questo punto aggiungere mezzo bicchiere d’acqua a temperatura ambiente, o comunque acqua sufficiente ad ottenere una pasta liscia e non appiccicosa. Lasciar riposare 15 minuti.

Suddividere l’impasto in palline non più grosse di ciliegie; appiattire ogni pallina su una grattugia per ottenerne l’impronta, poi arrotolarla su se stessa fino a formare una sorta di gnocchetto.

Friggere le “dita” in olio bollente aromatizzato con scorze d’arancia o mandarino, lasciarle asciugare su carta assorbente.

Sistemare in un piatto con i bordi le dita fritte e innaffiare di sciroppo.

Un colpo al cuore…

firma FS3

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Categorie: diScritti in dispensa

Autore:diLetti e Riletti

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  1. Cap. I Quello che dicono le comari – حُمُّص Hummus | diLetti e riLetti - 14 settembre 2014

    […] -E sentiamo. Cosa ti ha raccontato questa Scerazà… (segue qui e poi qui) […]

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Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

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