Cap. II Quello che racconta Shahrazad – طاجين Tajine di verdure

Ogni volta che Teresa guardava Scerazà sudava, come se una folata di scirocco la investisse e le sue carni flosce cominciassero ad avvampare, in particolare quelle mollicce di cosce e braccia. Quella stregaccia però conosceva i segreti di tutti e, con qualche fico caramellato, la si poteva corrompere e farsi raccontare tutto: chi prendeva pozioni per l’impotenza, chi per le emorroidi, chi per l’alitosi e così via. A Teresa interessava tutto, ma quello che amava di più era scoprire chi comprasse il famoso elisir d’amore. Le sue carni oramai non solo flosce ma anche asciutte, a causa dell’età e del disinteresse del marito Vito, chiedevano di poter almeno godere dei segreti dei letti altrui. Fu per quello che Teresa, pochi giorni prima della festa patronale, vincendo la sua repulsione per l’occhio morto della macàra simile ad albume d’uovo, prese la strada per la casa della fattucchiera. Il dolore al bassoventre che ogni tanto provava voleva essere placato.

Con i soliti fichi secchi nelle tasche del grembiule bussò alla porta della vecchiaccia, di cui nessuno avrebbe saputo dire la vera età: in paese alcune centenarie giuravano fosse già decrepita quando loro erano bambine. La macàra aprì la porta e, cominciando subito a sbavare al pensiero dei fichi che Teresa le portava sempre in dono, le permise di entrare in quel porcile che si ostinava a chiamare casa. Con un gesto della mano Scerazà fece ruzzolare da una sedia alcune zampe di gallina, delle cape d’aglio e una piccola testa di lucertola, ingredienti per chissà quale mistura, invitando poi una Teresa inorridita ad accomodarsi.  Le rispettive voglie delle due donne stavano per essere saziate: Scerazà allungò una mano, Teresa le diede un fico e quella, succhiando avidamente il frutto dolce e morbido cominciò a raccontare per filo e per segno quanto era accaduto a Rosaria e sua madre. Teresa impettita come un soldato, attenta a non toccare nessun oggetto oltre il necessario, si pose in ascolto.

Alcuni mesi prima la mamma di Rosaria, disperata a causa di quella figlia dai gusti difficili che non riusciva a maritare, si era rivolta a Scerazà per avere da lei un filtro magico che instillasse nel cuore della figlia i semi dell’amore. La macàra rassicurò la madre: non appena Rosaria avesse bevuto il suo intruglio si sarebbe innamorata, levandosi di torno. Scerazà, con la sua antica arte appresa chissà dove e chissà da chi, si mise al lavoro. In un catino di rame versò acqua di ruscello, fiori di lavanda, quattro ragni ancora vivi, segale cornuta, coriandolo e cumino. Portò il tutto ad ebollizione, dopodiché filtrò il liquido nauseabondo, lo imbottigliò e lo consegnò alla povera donna desiderosa di accasare la figlia, in cambio di cinquanta euro. La donna, dopo aver fatto una riverenza alla macàra, si avviò trotterellando verso casa, elettrizzata al pensiero delle prossime nozze della sua bambina, ma ancor di più entusiasta all’idea di rimanere finalmente da sola e poter così godere delle attenzioni del suo amante, il medico del paese.

Quella sera stessa la mamma di Rosaria, fingendo un’indisposizione, preparò del brodo alla figlia senza però mangiarne anche lei: ci aggiunse alcune gocce della pozione di Scerazà e andò a dormire ebbra di felicità.

Quel che accadde poi lo sapeva tutto il paese: Rosaria impazzì d’amore. Correva nuda di notte, asseriva di saper volare, inseguiva vogliosa il genero del prefetto, sostenendo dovessero sposarsi, sebbene quello fosse già accasato, si dava inoltre “da fare” con qualsiasi uomo le capitasse a tiro.  La madre non era molto seccata per il comportamento della figlia, poiché l’invasata trascorreva adesso molto tempo fuori casa, ma un giorno Rosaria, subito dopo aver ingerito una bella sorsata di brodo corretto al filtro d’amore, si gettò al collo del medico amato dalla mamma. La donna, offesa e infuriata, staccò le lussuriose braccia della ragazza dal collo taurino dell’uomo, chiuse a chiave la poveretta in camera sua e si precipitò in strada, incedendo come un drago infuriato a difesa del suo castello, tanto che alcuni vicini la descrissero come un essere mostruoso che fumava dalle orecchie. Direzione: casa di Scerazà.

Come la macàra le aprì la porta, la donna infuriata non esitò un secondo, le assestò un ceffone in pieno viso, lasciandola più scioccata che impaurita. Tra urla e strepiti, la mamma di Rosaria spiegò alla vecchia l’accaduto; quella, senza scomporsi, le restituì lo schiaffo, e poi passò a spiegarle l’accaduto. Nella smania di sbarazzarsi della figlia, la dolce mammina aveva ecceduto con la pozione, ottenendo l’effetto di trasformare la fanciulla in un’assatanata. Non c’era tempo da perdere, bisognava fermare Rosaria prima che avesse rapporti con tutti i maschi del paese, finendo poi linciata dalle burbere mogli di quelli.

Scerazà ululò una formula magica in una lingua sconosciuta, fece una danza rituale attorno al tavolo, preparò la papagna, un infuso di papavero selvatico, più potente di quello che faceva normalmente, per placare le bramosie della giovinetta.

La mamma di Rosaria quella sera preparò di nuovo il brodo, nonostante fosse agosto, e lo diede da bere alla figlia che oramai ingurgitava di tutto. Già dal giorno seguente quella divenne docile come un agnellino. La mamma, approfittando del suo stato di prostrazione, le propose un matrimonio proprio con quell’Uccio Aldino, ottimo partito, ma che nessuna voleva, buono com’era solo a bere e a giocare a carte. Alla proposta la giovane emise un suono gutturale, la madre e Uccio stabilirono fosse inequivocabilmente un sì, e con loro tutte le donne maritate del paese. Tutto si fece in fretta e furia, il fidanzamento  durò quasi meno della festa di nozze. Rosaria, che veniva curata a suon di papagna, si fece condurre in chiesa e alla sua nuova casa docile come non mai. Tuttavia la pozione della macàra aveva sì placato il suo spirito turbolento, ma lo aveva fatto sin troppo.  Rosaria non s’alzava più dal letto, non si lavava, mangiava a stento, il suo era un matrimonio bianco poiché il marito non era riuscito nemmeno a sfiorarla. Le voci attribuivano la mancanza di contatto tra gli sposi novelli ora alla impossibilità di lui, perennemente ubriaco, ora all’amore nascosto della fanciulla per il genero del prefetto. Per questa ragione le malelingue infuriavano.

Teresa ascoltò avida il racconto di Scerazà, cercando di trattenere quanti più particolari possibili da poter poi offrire alle sue amiche: era raggiante per tutti i segreti che la strega le aveva raccontato. Scerazà la guardava con l’ultimo fico in bocca ed uno sguardo triste, sul punto di scoppiare a piangere. Teresa le chiese cosa avesse, abituata a nascondere un ultimo fico nel grembiule per poi donarglielo se la storia che Scerazà le raccontava era molto succulenta; la strega questo lo sapeva, eppure stavolta non gliel’aveva ancora chiesto. La macàra a quella domanda scoppiò in lacrime dal suo unico occhio buono, provocando nella sua uditrice notevole raccapriccio. Scerazà allora le confessò la verità: il medico amante della mamma di Rosaria ce l’aveva con lei. L’uomo, che secondo Scerazà s’era arrabbiato per il recente matrimonio di Rosaria poiché in segreto innamorato di lei, per dispetto voleva farla incarcerare. Lei, una povera macàra!

Secondo Piatto

Secondo Piatto

طاجين Tajine di verdure

 

5 pomodori medi, 5 carote, 4 zucchine, 3 peperoni rossi, 3 cipolle dorate medie, 4 spicchi di aglio, 1 cucchiaio di paprika, 1 cucchiaio di cumino, 1 cucchiaio di curcuma, prezzemolo e coriandolo tritati a piacere, olio d’oliva, sale, pepe.

Lavare le verdure, tagliarle nel senso della lunghezza, tranne 2 pomodori che, una volta tolti i semi, devono essere passati o frullati a crudo. Tagliare gli altri 3 pomodori a fette spesse.

In una ciotola schiacciare l’aglio, aggiungere le spezie e le erbe tritate, sale, pepe, mescolare con un bicchiere di olio, aggiungere il passato di pomodori. Mescolare bene.

Oliare una scodella di terracotta da fuoco (tajine), disporre lo strato di carote, cospargere con un po’ di salsa alle spezie. Coprire e mettere sul fuoco.

Dopo 15 minuti, aggiungere le cipolle, cospargere di salsa. Coprire e mettere sul fuoco.

Dopo 10 minuti, aggiungere le zucchine, poi i peperoni, cospargendo di salsa. Coprire e mettere sul fuoco.

Dopo 10 minuti, aggiungere i pomodori a fette, cospargere col resto della salsa e rimettere sul fuoco per altri 15/20 minuti, o fino a quando le verdure saranno cotte e la salsa ristretta.

Servire caldo come un pettegolezzo.

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Categorie: diScritti in dispensa

Autore:diLetti e Riletti

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Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

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