Marcello recchie ‘e ciuccio

“Marcè, scendi? Marcè? Marcè, mi senti? Marcè, ti vuoi muovere?”

.
Ciro si stava innervosendo, quelli non avevano una gran pazienza e quel poco che avevano la perdevano in fretta. Dovevano consegnare poca roba quella mattina, appena un pacchetto all’avvocato e giusto un paio al primario, ma si dovevano sbrigare che zio Gaetano non si era mai fatto pregare per spezzare una gamba o un braccio a qualcuno. Figuriamoci a due mocciosi come loro. E quel cretino non scendeva.

.
“Marcè, se non stai qua subito io me ne vado, e poi sono fatti tuoi, co zio… te la vedi tu”

.
“Cirù, mamma mia come vai di fretta, mi stavo facendo i capelli”

.
“Marcè, ma tu tieni una fissazione, guarda che ti puoi fare pure le trecce, le recchie di ciuccio si vedono lo stesso”

.
Ciro commise davvero un grosso errore: a quelle parole Marcello si fece paonazzo, cominciò a lanciare saette dagli occhi e fissò l’amico come si fissa un escremento. Ne seguì una zuffa. I due ragazzi, avvinghiati in una specie di abbraccio, cominciarono a girare su se stessi, uno gridava e l’altro sbuffava, senza che nessuno dei due colpisse veramente, giurandosi però l’un l’altro una orribile morte istantanea. A un tratto però Ciro, colto da un pensiero fulmineo – ossa rotte da uno degli uomini di zio Gaetano- decise di porre fine alla tenzone chiedendo scusa a Marcello per la frase fuori luogo. Dopotutto lo sapeva che Marcello era molto sensibile alla questione orecchie. E sapeva pure che il povero Marcello era stato oggetto di feroce scherno sin da piccolissimo, già a sei anni i compagni di scuola, il che è abbastanza normale, e i loro genitori, cosa molto meno normale, lo chiamavano recchie ’e ciuccio a causa della strana forma, e dell’anomala inclinazione, delle appendici della sua testa. Riappacificati, i due ragazzi si diressero verso il motorino di Ciro, inforcarono la sella, misero i caschi e partirono a folle velocità: Ciro era intenzionato, a tutti i costi, a recuperare il tempo perso tra il camuffamento delle orecchie di Marcello e la lite sotto casa. Come due schegge impazzite sfrecciarono tra le auto, salirono sui marciapiedi, bruciarono i semafori e giunsero finalmente, quasi in tempo, alla loro prima tappa: la casa dell’avvocato. Come da copione Marcello scese dal motorino senza togliere il casco mentre Ciro rimase in sella senza spegnerlo. Come un agilissimo gatto, con un sol balzo, Marcello si trovò davanti all’elegante portone dell’antico palazzo con la sua pettorina giallo fluorescente, come un comunissimo pony express, e pigiò il tasto del citofono, il solito. Dall’altra parte la voce squillante, a lui nota, lo accolse giuliva, aprendogli immediatamente portone esterno ed interno in una rapida successione di risatine e tasti. L’avvocato era eccitato.

.
“Marcè, mi raccomando a te, c’amma mover” strillò Ciro.

.
“Eh Cirù, lo sai… “ rispose Marcello un attimo prima di scomparire alla vista dell’amico.

.
Dopo due rampe di scale Marcello si trovò davanti alla porta di legno massiccio, che nascondeva un’anima blindatissima di ferro, e lì, ad accoglierlo con un bianchissimo sorriso, l’avvocato.

.
“Entra, Marcello caro, entra, carissimo”

.
“Buongiorno, avvocà”

.
Marcello, senza alcun pudore, si infilò una mano nei jeans, scavò un poco e poi tirò fuori un pacchettino trasparente che conteneva una granulosa sostanza marrone. Lo porse all’avvocato che, senza far caso alla provenienza, lo prese svelto tra le mani. Aprì il pacchetto e, immediato, un aroma di caffè invase la stanza. A tutti e due venne istintivo deglutire. Al centro della polvere marrone faceva capolino un altro pacchettino, bianco latte questa volta. L’avvocato lo aprì con l’espressione di un bambino il giorno di Natale, prese un pochino della polvere bianca contenuta nel pacchettino e se la portò alla bocca.

.
“Mmm…buona! bravo Marcellino, vieni dai, ti offro un caffè”

.
“No, avvocà, lo sapete, io me ne devo andare, avrebbi altre cose da fare”

.
“Avrei”

.
“Che cosa?”

.
“Che dici, Marcè”

.
“Voi avvocà avete detto avrei”

.
“Ah no, Marcellino, tu avrei”

.
“Avvocà, io non ho studiato, ma tu avrei secondo me non si dice”

.
“Ahahaha! Marcellino caro, sei delizioso, vieni ti faccio il caffè, tengo una miscela nuova, Portorico e Moka, lo dice pure Artusi”

.
“Va bene, avvocà”

.
Marcello sapeva bene che a quel punto era inutile discutere con l’avvocato, che Ciro si arrabbiasse pure, tanto valeva a quel punto godersi il caffè. L’avvocato, come mettesse in scena un antico rituale sacro, lasciò scorrere l’acqua del rubinetto per qualche minuto e, solo dopo aver a lungo annusato la miscela, e averla fatta annusare a Marcello, si decise a preparare il caffè. Al primo assaggio Marcello fu travolto da un’ondata di piacere, cui seguirono altre, sempre più intense. Il sapore, l’odore, la consistenza di quel caffè lo scossero profondamente, come una rivelazione.

.
“È buono eh, Marcè”

.
“Sì avvocà” disse Marcello, senza riuscire ad aggiungere altro: era in estasi.

.
Inutile dire la quantità di improperi con cui lo accolse Ciro al suo ritorno, Marcello però era perso tra i suoi pensieri, e non gli diede il minimo ascolto. Ciro, irritatissimo, arrivò persino a chiamarlo, per la seconda volta nella stessa giornata, recchie ‘e ciuccio, assumendo immediatamente la posizione di guardia della box, ma sorprendentemente Marcello lo ignorò, dirigendosi direttamente al suo posto sul motorino. Ciro continuò a bofonchiare, decise però di non indagare oltre: c’era un’altra consegna, poi magari poteva pure lasciarsi andare e fargli quello che lui avrebbe definito un bel mazziatone; tuttavia si concesse una piccola rivincita guidando non solo, come sempre, come un forsennato, ma assumendo uno stile di guida da motociclista in pista rischiando, ad ogni curva fatta col massimo dell’inclinazione possibile, di lasciare Marcello sull’asfalto. Giunti alla seconda e ultima meta della giornata la scena si ripeté uguale a quella precedente, senza però alcuna raccomandazione. Il primario era infatti un giovane rampollo spocchioso che li trattava come spazzatura, ritirava la merce velocemente, lasciando che Marcello si introducesse nella sua abitazione solo per un metro al massimo, giusto perché nessuno lo vedesse mentre la testava, mettendolo poi subito sul pianerottolo come si fa con la munnezza. Poche parole, qualche lamentela, pagamento veloce e nemmeno un ciao, né Marcello né Ciro lo potevano soffrire. Zio Gaetano però a questi clienti ci teneva molto, lui gli dava la roba a prezzi di favore e loro, all’occorrenza, quel favore lo dovevano restituire. Ci teneva talmente tanto che, tra tutti i ragazzi del quartiere aveva scelto quelli con la faccia più pulita, senza orecchini e tatuaggi, con la fedina penale immacolata, gli aveva comprato quelle pettorine da pony express e li aveva destinati a quell’unico lavoro. Corrieri per gente importante, pochi rischi e soldi facili: quelle orecchie imbarazzanti, per una volta nella vita, a Marcello erano state utilissime. I due pacchettini dunque lasciarono le braghe di Marcello e incontrarono le mani del medico molto celermente e il congedo, come di consueto, fu ancora più veloce. I ragazzi a vent’anni, si sa, si infiammano molto presto, ma altrettanto brevemente dimenticano la rabbia. Ciro infatti, dimentico della furia che lo aveva pervaso pochi minuti prima, accolse Marcello con gioia quando lo vide tornare al motorino: tutto era filato liscio anche quella volta. Marcello aveva una faccia strana però, più del solito, e non era colpa delle orecchie.

.
“Tutto a posto, Marcellì?” chiese usando un vezzeggiativo da fine turno

.
“Sìsì” rispose laconico recchie ‘e ciuccio.

.
I ragazzi tornarono nel loro quartiere dove finalmente poterono togliere i caschi, liberi di sentire il vento tra i capelli uno, e tra i capelli e sulle orecchie l’altro. Marcello però aveva un’espressione davvero stranissima: non riusciva a togliersi dalla testa il caffè dell’avvocato. Non si fermò neppure al solito bar ma, dopo un rapido “cià” in direzione di Ciro, se ne tornò a casa sempre pensoso. Nel modesto appartamento che divideva con la madre casalinga, cinque fratelli piccoli e una foto del padre carcerato regnava sempre il caos e, il suo rientro imprevisto direzione dispensa, peggiorò non poco la situazione.

.
“Marcè, bello di mamma, ma che stai cumbinann”

.
“Mamma, quel caffè, quello buono, quello che ci hanno regalato quando è morta la nonna, dove sta?”

.
“E che ci devi fare?”

.
“Mà… e che ci devo fare secondo te? Me lo devo bere!”

.
“Marcè, bello di mamma, ma sei uscito scemo? Tu alle otto di sera ti devi bere il caffè buono? Sei caduto con la testa a terra?”

.
“Lo sai o non lo sai dove sta?”

.
“Marcè, tu tieni la capa fresca, a me invece mi bolle, non lo so dove sta e pure se lo sapevo non te lo dicevo. Mo’ esci da qua che devo cucinare alle creature”

.
A quel punto Marcello ebbe un’illuminazione, il pregiatissimo caffè, ricevuto in occasione della dipartita di nonna Elisabetta, stava nell’armadio del corridoio, quello dove erano stipati pure il servizio buono e parte del corredo della madre. E in effetti la miscela agognata era lì, tra lenzuola ingiallite e scatole di biscotti al burro piene di ogni cosa, tranne che di biscotti. Aprì la confezione come se avesse tra le mani uno scrigno ricolmo di tesori, la annusò, si portò un po’ della polvere sulla punta della lingua, mugolando rapito. La madre lo osservava perplessa dalla cucina, che era in effetti a due passi, pensando tra sé e sé che il figlio fosse impazzito. Ma almeno non si drogava, la droga la consegnava soltanto, e questo nel loro quartiere era già qualcosa di cui vantarsi tra madri. Fatto sta che, da quel giorno, Marcello prese una vera fissazione. Studiava, leggeva, imparava, lui che non era stato mai in grado di memorizzare la tabellina del 9, lui che aveva preso la licenza media solo grazie all’intercessione di zio Gaetano.

.
Zio Gaetano ovviamente non era lo zio di nessuno, o meglio non era lo zio di Marcello, non lo era di Ciro, non lo era della stragrande maggioranza delle persone che lo chiamavano a quel modo ma lì, nel quartiere, l’appellativo zio era una sorta di carica onorifica: protettore di famiglia. E senza la famiglia, tra quelle case orrende, in quei palazzoni informi sempre sull’orlo di uno sgombero forzato, resistere senza l’appoggio della famiglia, era davvero dura. La famiglia in cambio voleva solo una cosa: assoluta obbedienza. Bastava essere dei bravi soldatini, e Marcello recchie ‘e ciuccio lo era sempre stato, giusto qualche ritardo nei tempi delle consegne per il suo assurdo desiderio di nascondersi le orecchie, nulla di grave, e poi zio Gaetano lo adorava, quel ragazzino dalla testa strana lo metteva di buonumore. Guardava Marcello e scoppiava a ridergli in faccia, il piccolo bravo soldatino non reagiva mai, chiaramente, ma augurava mentalmente allo pseudo-zio dissenteria e herpes genitale, così riusciva pure a ricambiare il sorriso. Zio Gaetano non era tipo da accettare le alzate di testa, Marcello lo sapeva bene, ma la passione incontenibile che lo aveva preso quasi lo faceva sragionare.

.
Ciro, puntuale come un orologio, passava tutti i giorni a reclamare la presenza di Marcello per le consegne a cui erano adibiti, ma Marcello si presentava all’appuntamento sotto casa sua in un ritardo sempre maggiore, nonostante la capigliatura rivelasse, vista l’assenza di gel e di tentativi di dissimulazione delle orecchie, che non era quella la ragione del suo comportamento. Solo se tra i loro clienti speciali c’era l’avvocato Marcello si trasformava in un autentico svizzero, puntualissimo si faceva trovare già al portone, e inforcava la sella del motorino di Ciro quasi prima che lui accostasse per farlo salire. Il tempo poi in cui Marcello si intratteneva nella visita dall’avvocato si era prolungato al punto che Ciro era riuscito, con abili manovre, a far sì che quella fosse ogni volta l’ultima consegna della loro giornata. Ci teneva molto a Marcello, ma soprattutto ci teneva all’integrità dei propri arti. Non che Ciro non avesse tentato di capire i motivi di quello strano comportamento, aveva anzi rivolto all’amico molte domande, ma quello era stato sempre evasivo, bollandolo come impiccione. Ciro ovviamente aveva reagito chiamandolo recchie ‘e ciuccio e se le erano date di santa ragione. La questione quindi era morta lì. Quando era giunta la prima lamentela all’orecchio di zio Gaetano, perciò, Ciro era all’oscuro di tutto. E, quando le lamentele si sommarono al punto che zio Gaetano lo mandò a chiamare, Ciro cadde proprio dal pero.

.
“Cirù, tu lo sai io ti voglio bene, ma qua le cose non vanno”

.
“Zio Gaetano, che state dicendo, abbiamo fatto qualche cosa?”

.
“Cirù, tu non mi devi fare incazzare, il commercialista, quello di via Petrarca, dice che l’amico tuo gli ha rotto le palle, e non è il primo. Che gioco state facendo? Io ti sto dando la possibilità di salvarti Cirù, vedi tu se vuoi fare una brutta fine o no”

.
“Zio Gaetà, vi giuro che deve morire mamma io non so che state dicendo”

.
Parlarono per più d’un ora Ciro e zio Gaetano, e solo dopo molti giuramenti che promettevano di sterminare la famiglia di Ciro in caso di sua menzogna, zio Gaetano spiegò al ragazzo, oramai terrorizzato, la situazione. Marcello, che evidentemente aveva perso il senno, continuava a svolgere come sempre la sua missione: scendeva dalla sella del motorino, si incamminava verso le abitazioni, suonava al citofono, gli veniva aperto, veniva fatto accomodare, più o meno dentro la casa a seconda del cliente, si frugava nei pantaloni, estraeva i pacchettini richiesti. Tutto come al solito? No. A quel punto infatti cominciava una parte dell’appuntamento non prevista. Marcello invitava i clienti ad annusare il caffè, sì, il caffè. Chiedeva loro di assaggiarlo, si insinuava di prepotenza nelle cucine, intimava gli consegnassero una moka, preparava l’occorrente e poi osservava la vittima di turno sorseggiare la bevanda. E non si limitava a questo. Chiedeva pareri, cercava consigli, esigeva il racconto di sensazioni, insomma lui voleva che loro fossero le sue cavie. Era lui infatti a preparare le miscele, investiva tutti i suoi soldi nell’acquisto delle più disparate qualità di caffè, macinava a mano, faceva esperimenti, si struggeva per non potersi avvicinare alla Kopi Luwak, la qualità di caffè più pregiata e digerita di tutte, succhiava chicchi, tastava le polveri e sognava di poter preparare, un giorno, il miglior caffè del mondo. I clienti di zio Gaetano sulle prime si erano fatti due risate, giusto qualcuno si era spazientito, ma ora quel ragazzo dalle orecchie strane faceva loro quasi paura. Urlava se qualcuno osava dire che non aveva voglia di caffè, piangeva alle critiche più aspre e, peggio ancora, abbracciava chi lo lodava, o meglio chi lodava il suo caffè.

.

Zio Gaetano era furente, uno dei suoi migliori clienti, un notaio di Mergellina, si era fatto due conti e aveva stabilito che come favori lui e zio Gaetano erano pari, per cui si sarebbe rivolto altrove per soddisfare il suo vizietto. Restava perciò da stabilire quando mandare uno dei manovali della famiglia a spezzare una gamba o un braccio del povero Marcello. In fondo recchie ‘e ciuccio che colpa aveva? Come si può resistere a una passione così profonda? Come placare un amore che ti prende dalla gola, dalla lingua, ma poi ti fonde il cervello? Marcello non sapeva e non voleva resistere. La situazione però peggiorò di colpo: l’esodo dei clienti era quasi totale. Ciro venne a sapere che Marcello stava per ricevere la sua prima vera lezione: zio Gaetano aveva ordinato gli facessero male, aveva chiesto espressamente che gli fossero rotti almeno il braccio e la gamba destri, non avrebbe dovuto poter scrivere, correre, camminare.

.
“Gli dovete fare male a chillu strunz’, se muore non fa niente, mi ha scocciato” aveva sentenziato.

.
Ciro aveva capito che gamba e braccio erano il minimo, stava poi ai bruti decidere a che punto fermarsi. Non lo poteva permettere. Corse Ciro, sul suo motorino volò come mai aveva fatto prima, corse per salvare quel cretino che per lui era come un fratello.

.
“Sarà pure uscito scemo, ma mica tu uno per questo lo puoi ammazzare” pensava mentre correva verso casa di Marcello.

.
Arrivato a casa dell’amico, Ciro lanciò il motorino senza badare a nulla, si tuffò per le scale e si attaccò al campanello.

.
“Marcè, Marcè, Marcè apri, devi aprire, apri”

.
“Cirù, bello di zia, sei uscito scemo pure tu?” chiese la mamma di Marcello, rivelando immediatamente quel che pensava del figlio.

.
“Signora Maria, Marcello ci sta?”

.
“Sta di là, Ciro, ma che è successo?”

.
Ciro non le rispose nemmeno, corse in camera di Marcello, che era ovviamente seppellito sotto tonnellate di caffè, e gli spiegò farfugliando la situazione. Ovviamente, visto che Marcello non aveva capito niente, fu costretto a ripetere tutto, perdendo tempo utile. Marcello era terrorizzato e tutti e due corsero in cucina a spiegare, sempre farfugliando, la situazione alla signora Maria. Di nuovo furono costretti a ripetere tutto. La signora Maria pianse, poi li maledisse, poi pianse ancora, poi raccolse tutti i figli, un paio in strada, prese per le orecchie Marcello e Ciro e corse via con loro fuori da quella casa. A quel punto la voce su quel che era accaduto stava di sicuro per giungere a zio Gaetano, si diressero allora a casa di Ciro, di nuovo biascicarono spiegazioni e, senza aspettare che la madre di Ciro capisse, la trascinarono fuori casa. Presero un autobus, poi un altro, poi un altro ancora, senza sapere cosa fare. Inaspettatamente fu di nuovo Ciro a prendere in mano la situazione.

.
“Marcè, lo sai che dobbiamo fare”

.
“Cirù, ma sei sicuro?”

.
“Marcè, no che non sono sicuro. Che dovevo fare? Ti dovevo far ammazzare? Così moriamo tutti e due”

.
E quel giorno presero l’unica decisione possibile. Quel piccolo manipolo di disperati si avviò verso il primo comando di polizia sulla strada ed entrarono tutti, a capo chino, pieni di paura, ma entrarono. Dopo un po’ di trafila burocratica furono condotti dal commissario Cavallo.

.
“Commissà, noi vi diciamo tutto, nomi, posti, dove tengono la roba, ma teniamo una condizione” disse Ciro.

.
“Veramente, commissà, ne teniamo due” aggiunse Marcello, provocando un’ondata di furore omicida in Ciro.

.
“E ditemele queste condizioni, vediamo che si può fare”

.
“Noi vogliamo stare insieme, commissà, tutti insieme, meglio se in un posto dove ci sta il mare”

.
“E vogliamo aprire un bar, commissà, ci deve stare un magazzino enorme, ci devono entrare tonnellate di caffè, e voglio un sacco di macchine, commissà, e ci sta una miscela che…”

.
“Ue’, belle recchie, mo’ datti una calmata, io vedo che posso fare, ma voi cominciate a parlare”.

.
La bufera che si scatenò fu enorme, zio Gaetano fu arrestato mentre la gente del quartiere simulava scene di disperazione -ma in fondo era contenta per la caduta del dittatore- i nomi resi noti che trapelarono fino alle prime pagine dei giornali scossero le fondamenta della bella gente della città.

.
“Marcè, Marcè, scendi? Marcè, ti vuoi muovere?”

.
“Cirù, stavo provando una miscela, comm si scucciant”

.
Ciro e Marcello si incamminarono verso il loro bar, una mamma alla cassa e una al bancone li stavano già aspettando, i fratelli piccoli dovevano studiare. Sull’ingresso campeggiava una scritta : “Da belle recchie”.

.
“Marcello, famm na tazzulell’e cafè” chiese Ciro

.
“Come lo vuoi, Cirù, lungo? Corto? Forte? Aromatico? Profumato? Intens…”

.
“Mamma mia, Marcè, e famm nu cafè”

 

10481785_10152306939782912_1007686886_n

Annunci

Tag:,

Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

Iscriviti

Iscriviti al nostro feed RSS e ai nostri profili sociali per ricevere aggiornamenti.

Non c'è ancora nessun commento.

E tu cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Emma

Politique, trucs pour réfléchir et intermèdes ludiques

you can call me outsider

io. tu. panna montata. manette. altre domande stupide?

orlando furioso

il blog di Deborah Donato

Se lo scrivi resta

diario di una ragazza comune, ottimista a modo suo

marisa salabelle

Fu così che Efisia Caddozzu venne al mondo. Mischinedda , pensò la levatrice mentre la presentava ai parenti riuniti. Ellusu, pensò la nonna, una parola che nel suo vocabolario alquanto limitato stava a significare molte cose diverse a seconda delle circostanze.

Luca Bottura

Satira gratuita, ma anche a pagamento

Parla della Russia

I took a speed-reading course and read War and Peace in twenty minutes. It involves Russia.

TRECUGINE

le cugine parlano di libri

diLetti e riLetti

La sola nazione che conti: la letteratura

Il pulpito del libraio

Accade in una libreria di provincia. Voi umani non potreste nemmeno immaginarlo!

aliceinwriting - vita da biblioteca e suggestioni sparse

Bibliotecaria, copywriter, scrittrice con un passato da redattore editoriale. Amante dei libri, della lettura, sensibile al piacere del testo e al grado zero della scrittura, mi occupo di Letteratura, amica esistenziale fin dai tempi dell'infanzia, poi alleata negli studi, infine compagna fedele di vita. I miei campi d'azione: la critica, la riflessione sul romanzo, sui miti, su temi e topoi; la poesia come flusso di coscienza e sottile tecnica semantica; il racconto, finestra aperta su un mondo interiore da narrare con parole in libertà. Postilla doverosa per caratterizzarmi ulteriormente: oltre ai libri, l'enorme, smodata, incontenibile passione per il cinema (sono cresciuta nella videoteca di famiglia, l'ormai serrata Video Days) e per la musica (colonne sonore di film e tanto, tanto, tanto, metal e rock in tutte le sfumature).

VITA DA EDITOR

Interviste, recensioni e retroscena dell’editoria – a cura di Giovanni Turi

Scrivere creativo

Esercizi di scrittura creativa.

strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

Muninn

libri da ricordare

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: