Ti ho partorito domani

Davanti allo specchio si guardava e si contorceva: le mancava un premolare e per questo studiava smorfie ed espressioni che le consentissero di parlare, ridere, mangiare senza che il buco si vedesse. Capelli nero corvino lunghi fino alle spalle e un trucco pesante le nascondevano il viso un tempo bello, ora segnato dalle lampade, dal sole d’agosto preso senza protezione, dal fondotinta scadente usato senza parsimonia. Faceva caldo e i capelli di Nunzia erano tenuti da un mollettone leopardato mentre, senza un lamento, preparava la cena davanti ai fornelli. Qualche goccia di sudore marroncina le imperlava il volto, arrestandosi nella piega del mento per poi correre in picchiata verso la generosa scollatura. Con un coltello dal manico rosso pelava patate aspettando il rientro di Michele, suo marito, e di Davide, l’unico figlio. Con le mani impiastricciate d’amido Nunzia aveva un occhio rivolto al lavello e uno alla tv: Ridge e Brooke si sposavano, di nuovo. Patatine fritte, con tutto quel caldo, Davide le desidera e le merita. Avere un figlio studioso, in quel quartiere, era cosa di cui Nunzia non smetteva di vantarsi: liceo era parola mai circolata tra le sue conoscenti. Classico, poi. Lei aiutava un’amica che rivendeva vestiti di dubbia provenienza, Michele faceva gli imbrogli con le assicurazioni e proprio a loro due era toccato un figlio forse avvocato o ingegnere, magari persino dottore. Leggeva, leggeva sempre Davide, e Nunzia pensava gli avrebbe fatto male tutto quello stare chino, tutta quella luce artificiale. Romanzi, racconti e chissà cos’altro avevano cominciato ad entrare in casa, questa massa di fogli rilegati aveva preteso mensole, scaffali, una libreria, rubato il posto ad una gondola veneziana, a soprammobili vari, persino a quadri, spostati dalle pareti su cui giacevano da anni. Nunzia mondava le patate come stesse erigendo un monumento al figlio e sorrideva; svestiva quelle pepite e nude le consegnava all’olio bollente in un tributo alla carne della sua carne che così poco le assomigliava, che le diceva di truccarsi di meno, di non tingere i capelli. E allora, anche se faceva un caldo da morire, a Nunzia scappava di essere felice.

.
Il quartiere fu squarciato da urla, terrificanti. Riecheggiavano tra i muri, nelle strade, il suono si infilava in ogni vicolo; Nunzia trasalì così sorpresa che il coltello le scivolò dalle mani e le trafisse un palmo, lama traditrice mentre la trapassava da parte a parte, e la ferita prese a sanguinare. Ma le urla non cessavano, come chiasso d’animali, e chiamavano lei. I vicini, le pietre, i muretti, le fioriere, le cacche di cane, tutti chiamavano lei e lei si ritrovò intontita dal dolore, dalla vista del sangue e da quel richiamo angosciante. Prese uno strofinaccio sporco e si avviò verso la finestra, lenta, come se il tempo avesse perso i confini, capace di dilatarsi e restringersi senza regole, solo a misura della paura. I capelli corvini si fecero strada tra le tendine, il mezzo busto di Nunzia si tese verso l’esterno,e lei guardò giù prima con i sensi e poi con gli occhi: tutto, dalla pelle alle ossa, sapeva che ad attenderla c’era qualcosa di orribile. Da basso una folla agitava le braccia e un coro di voci le annunciava quel che era accaduto, gridavano Davide, ma Nunzia non sentiva non capiva non voleva. Sentì una parte di lei morire, vide l’anima staccarsi dal suo corpo per precipitare tra quella gente e lasciare che la dilaniassero, la divorassero, la facessero a brandelli. Ma non aveva capito niente. Le luci blu in lontananza si avvicinavano fendendo quell’orgia di occhi e di lingue, con colpi intermittenti si facevano strada e a ogni metro lei sentiva il suo mondo precipitare; il suo essere madre cambiava da quel momento per sempre: i carabinieri o venivano ad annunciare disgrazie o ad arrestare. E suo figlio non era tipo da mettersi nei guai, lui leggeva Pirandello, lo aveva spiato sulle copertine. Dalla folla si levò una voce che le parve comprensibile: diceva d’un coltello. Nunzia si guardò il palmo della mano trafitto e vide Davide, il petto squarciato, per una rapina forse, vide il corpo freddo del suo più grande amore privo di respiro giacere in un vicolo nero, i capelli biondo infanzia intrisi di sangue; l’essere perfetto da lei generato steso nel piscio di qualche ubriacone. Non poteva fare a meno di pensare a come lo avrebbe vestito per la bara. Quando i due appuntati varcarono l’uscio di casa lei era già vuota e si preparava come poteva ad accogliere la notizia: raccogliendo tutta l’aria del mondo nei polmoni per poi di nessuno. E invece lo era ancora, ma non sapeva di chi.

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“Signora Auriemma, suo figlio Davide ha accoltellato un ragazzo, e quello è morto” così, d’un fiato.

.
Michele rientrò a casa da lei, gli amici e i conoscenti attesero invano di vedere un loro gesto disperato, e quando non avvenne li abbandonarono, per sempre. Nei mesi a venire la ricrescita bianca le invase i capelli, lo stacco netto tra la sua vita di prima e quella di poi era misurabile in palmi di tinta. Continuò ad usare la matita nera, ma la mano le tremava e la linea non era più dritta come un tempo, per la tensione continua poi sudava sempre, e il trucco sciolto le impiastricciava palpebre e tempie; ma ne aveva disperatamente bisogno. Nessuno ebbe pietà per i genitori del mostro, come lebbrosi erano evitati da tutti; Nunzia si chiuse in casa decisa a fare solo ciò che era strettamente necessario. Ma andare dall’avvocato e altre incombenze furono nulla rispetto alla descrizione dei fatti. Suo figlio, quell’essere umano nutrito dal cordone che lo aveva legato a lei per nove mesi, aveva ucciso un ragazzino di un anno più giovane di lui. E perché? Nunzia aveva pregato fino a diventare atea sperando di venire a sapere che il figlio si era difeso. E invece nulla le era stato risparmiato, stava pagando tutti quegli anni in cui si era beata di quel dono del cielo, questo si ripeteva. Davide s’era innamorato d’una ragazzina, s’era fidanzato, era stato lasciato. Nulla che non fosse accaduto a tutti i figli di tutte le mamme del mondo. Ma Davide l’aveva presa male, malissimo. Aveva pregato quella ragazza, l’aveva scongiurata, l’aveva supplicata e poi, non riuscendo a riaverla per sé, l’aveva minacciata. A difenderla era intervenuto il fratello di lei, il buono, accoltellato a morte da suo figlio, il cattivo. Rivide quella scena a cui non aveva assistito mille volte, vide Davide nascondere quel coltellino nello zaino, lo vide estrarlo e affondarlo nella carne di quel ragazzino. Una, due, tre volte. Lo vide infierire su quella vita giovane e strapparle il futuro. Poteva lei, Nunzia Auriemma nata Caliendo, amare ancora quell’essere che ora le sembrava estraneo? Si strappava i capelli a ciocche e poi li mangiava, era la madre d’un assassino che non sapeva se sarebbe riuscita più ad accarezzare, a baciare, a proteggere dagli altri e da se stessa. Fantasticava di cose di cui aveva paura, sognava tutte le notti di avvicinarsi alla culla del suo dolcissimo bambino, di cingergli il collo con le mani e di stringere, stringere, stringere. Non volle vederlo né incontrarlo per mesi, cosa poteva dirgli? Decise di vivere il lutto anche lei, come quello della mamma che suo figlio aveva graziato con la morte, che poteva piangere circondata dall’affetto di tutti. Si sorprese a invidiarla, a desiderare che Davide morisse. La gente del quartiere in quel caso li avrebbe perdonati? Avrebbero potuto lei e Michele amarlo di nuovo e piangerne la fine? Michele la sgridava, le diceva che Davide aveva bisogno di lei, diceva che il loro ragazzo era pentito e confuso. Ma Nunzia non ce la faceva, come poteva, dove la doveva cercare la forza di voler essere ancora mamma di quell’individuo che aveva rimpiazzato il suo bambino? non piangeva, ma sentiva di implodere e consumarsi da dentro. Credeva che gli organi interni, le vene, i muscoli e le ossa le stessero marcendo.

Ma poi venne il processo, e allora seppe che non poteva mancare: fu la sua nuova gravidanza; si riabituò in quelle udienze all’idea di avere dentro sé una vita ingovernabile, ognuna di esse funse da ecografia. il giorno della sentenza partorì quel ragazzo dai ricci biondi, dalla pelle chiarissima, dalle braccia sproporzionate, dalla risata argentina. Divenne ancora sua madre il giorno in cui lo rinchiusero altrove. Lo cullò durante le visite in cui lui implorò il perdono, accettò le sue inverosimili spiegazioni, si rifece la tinta nero corvino da mamma dei quartieri popolari. Si chiese in quegli anni di lontananza cosa sarebbe accaduto quando finalmente sarebbe tornato a casa, in quella casa mai così uguale e mai così diversa come da quando lui non vi abitava più. Non riusciva a immaginare come avrebbero potuto riavere indietro una vita che s’era rotta, che era morta ed era stata seppellita accanto al corpo in decomposizione di quel ragazzo che Davide aveva ucciso. Si chiedeva come accogliere un assassino perché ridiventasse suo figlio. Ma c’era sempre un altro giorno, fino a che non venne l’ultimo. Lo andarono a prendere in auto, con i visi chini, lei e Michele, schiacciati non dalla vergogna ma dalla paura di quell’inizio, di quel nuovo giorno e di quelli a venire. Nunzia si ricordò di se stessa e di suo marito anni prima, di ritorno dalla clinica con un fagottino color miele tra le braccia, ricordò la gioia e il cuore che le scoppiava, ricordò di avergli accarezzato il viso, odorato i capelli e avergli donato tutta se stessa quel giorno, per sempre. Attraversarono la città, arrivarono al quartiere, sfidarono gli sguardi carichi d’odio e tornarono lì, in quella casa, in quella cucina. Nunzia prese Davide per mano, gli accarezzò il viso, ne odorò i capelli, gli donò tutta se stessa per quel giorno, per sempre.

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E si rimise a sbucciare patate.

 

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

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