La ballata di Jonny Valentine di Teddy Wayne

Ditemi che non avete mai sentito nominare Justin Bieber. D’accordo, fate gli snob, ma sappiate che non vi credo. Basti guardare da quanto tempo le prime posizioni degli argomenti di Twitter sono equamente divise tra beliebers e directioners (traduco per coloro che ancora fingono di non sapere: rispettivamente fan di Bieber e fan dei One Direction), eccezion fatta per qualche conflitto -anche calcistico- mondiale o la morte di un pontefice, e si comprenderanno le dimensioni del fenomeno.

Ragazzetti prepuberi e bellocci, fanciulle in estasi, musica senza infamia, benché decisamente senza lode, e fiumi, foreste, oceani di gadget, questi gli ingredienti; e ad osservare dall’esterno la cosa con occhio il più possibile comprensivo (e memore degli anni in cui ho portato una maglietta solo perché aveva Kabir Bedi stampato altezza seno), la domanda che mi pongo è: ma questi quasi bambini che vita vivono?

Non che mi preoccupi più di tanto per loro, ci sono bambini che mentre scrivo queste righe muoiono sotto le bombe senza aver mai conosciuto pace.

E tuttavia.

Tuttavia la stessa domanda dev’essersela posta Teddy Wayne, nel momento in cui ha deciso di scrivere La ballata di Jonny Valentine (The Love Song of Jonny Valentine, trad. di Chiara Baffa).

Jonny ha undici anni, e già da due è un fenomeno mediatico: scoperto dal mondo grazie ai video che sua madre ha messo su Youtube, nel breve spazio di un album (unità di misura della vita delle star) è diventato un idolo pop, ricco, famoso, osannato; dal miserabile appartamento in cui viveva con la madre commessa è schizzato su palchi enormi e dentro suite presidenziali. Non va a scuola, ma come potrebbe? Non resta più di due giorni nella stessa città. Ha una guardia del corpo per proteggerlo dall’assalto fisico delle fan, un coach di canto e danza, ha un’insegnante molto gentile, una madre-manager più che presente, molti appuntamenti molto importanti e molti soldi. Non può connettersi a Internet, né avere un suo telefono, ma è ben poca cosa, visto che può giocare a Zenon quando e quanto gli pare. Ed è anche molto bravo. Un bambino fortunato, insomma, che parla in prima persona raccontando la sua tournée, che è anche la sua vita, non avendone altre.

E tuttavia.

È facile immaginare quello che c’è dietro l’immagine patinata di una star, e cioè le piccole miserie di ognuno di noi esasperate da una situazione che ognuno di noi è invece ben lontano dal vivere: ansiolitici per dormire, la fissazione di ingrassare, le foto di sé che lo circondano e nelle quali non si riconosce più, il sesso di cui non si può parlare, l’angoscia di non vendere abbastanza e il terrore di sbagliare davanti alle fan, davanti ai giornalisti, davanti al mondo che chiede, chiede, chiede. Jonny è un bambino infelice e non lo sa, lo scopre man mano con me, lasciando vedere le sue incrinature, i suoi punti deboli, la voglia di avere una madre-mamma un po’ meno infelice, il desiderio di rivedere il padre scomparso, di vedere con lui una partita di baseball, la paura dei “pedofili”, gli attacchi di ansia e il vomito prima dei concerti, la piccola casa che non è più casa sua, l’unico amico che non è più il suo amico. Jonny vive in un mondo di grandi che gli chiedono sempre e soltanto di restare piccolo e vendersi, perché dal suo successo dipendono le loro piccole vite.

Senza realmente comprendere quel che gli sta accadendo, Jonny vorrebbe far felici tutti, non dispiacere a nessuno, anche se la cresta dell’onda gli scivola da sotto i piedi, anche se le prevendite vanno così e così, anche se la madre beve sempre di più e un pelo nero gli spunta -orrore e felicità- tra la peluria albicocca del pube.

Con il suo linguaggio infantile corrotto da frasi prese in prestito dal mondo dello show-biz, con la spontaneità del bambino e la maturità dell’adulto che porta avanti la baracca, Jonny mi si è attaccato al braccio e all’anima, portandomi di tappa in tappa sempre più dentro le radici del suo male e verso il fondamentale concerto di New York che decreterà la sua sopravvivenza artistica, immerso in un turbinar di finte fidanzate, conteggio di calorie, passi di danza e livelli di Zenon.

Ed è con sconforto che siamo arrivati alla comprensione di tutto quel correre ed agitarsi:

Meglio non essere la mucca. Perché anche se poi diventavi un filet mignon, che è il taglio migliore di tutti, alla fine venivi masticato. E non conviene neanche essere la persona che mangia la mucca, perché alla fine anche quella è solo un altro animale da fattoria. Quello che bisognerebbe essere è la persona che ha venduto la mucca.

 

La ballata di Jonny Valentine, Teddy Wayne - Minimum Fax 2014 - trad. Chiara Baffa . pagg. 402, euro 17

La ballata di Jonny Valentine, Teddy Wayne – Minimum Fax 2014 – trad. Chiara Baffa . pagg. 402, euro 17

firma FS5bis

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Categorie: diLetti

Autore:diLetti e Riletti

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