Ti farò di te una stella

Peppino, al secolo Giuseppe Cannavacciuolo, una mamma non la teneva. Non è che non l’aveva mai avuta, ma ora non c’era più. Mica era morta, semplicemente se n’era andata due anni prima e da quel giorno era vietato parlare di lei. Troppo scuorno. Ciro Cannavacciuolo, padre di Peppino, si considerava vedovo e se non lo era davvero era solo perché a quella cessa non l’aveva più acchiappata. “Prima o poi adda capità” si consolava, e se la immaginava morta. Non sapeva se avrebbe sputato sul suo corpo, di sicuro però avrebbe pronunciato una frase epica, se la sarebbero ricordata per anni nel quartiere, se la studiava tutte le sere: “Muori svergognata!” oppure “Ora silenziati donna coi facili costumi”, magari meglio “Tu mi hai lasciato ed io ti lascio a terra”. Sapeva che ci doveva lavorare ancora assai. Peppino, che era poco più che maggiorenne, lo sentiva ridere come un diavolo e pensava “chist a’perz a cap”. Qualche volta lo avrebbe voluto perfino abbracciare, dirgli di trovarsi una nuova femmina, ci stavano un sacco di polacche alla stazione, magari non proprio quelle belle, ma una un poco chiatta si sarebbe accontentata di un letto e da mangiare pur di non andare a pulire il culo a qualche vecchio. Peppino comunque non lo aveva fatto mai, e mai lo avrebbe fatto, Ciro di fronte a un gesto simile a un abbraccio di sicuro prima gli avrebbe chiesto se era diventato ricchione, poi avrebbe pensato di fare pena al figlio, la rabbia l’avrebbe travolto e lui avrebbe travolto la loro piccolissima casa, buttando tutto per aria. Quelli già stavano stretti, ci mancava pure la furia di quello scalmanato.

Un lunedì mattina Peppino si svegliò di buonumore, il Napoli aveva vinto e ci stava pure il sole. Si prese una tazza di caffè e se ne andò in bagno. Tutte le mattine per cinque minuti beveva seduto sulla tazza fumando una marlboro, fissando il muro, giorni sempre uguali. Il buonumore se ne stava già andando via. Si lavò la faccia, si fece il bidet e si lavò i piedi, la doccia non la tenevano, avevano dovuto decidere, o quello o la lavatrice, e “quella” scelse la seconda. Che poi tanto di lì a poche ore avrebbe fatto schifo lo stesso. Scelse senza cura tra i panni da lavoro un jeans usurato ed una maglietta col logo d’una pizzeria, da Totore, e si guardò allo specchio ed eccolo, come ogni maledetto giorno, quel magone, quella voglia che gli veniva di scendere nudo per la strada e mettersi ad urlare. Invece si mise le sue Mike ai piedi e cominciò la giornata. Peppino l’imbianchino signò, per servirvi.

Il masto lo aspettava all’angolo dopo casa sua, si mangiava un cornetto di pasta sfoglia e crema e si sentiva che odorava di caffè, Peppino sperava sempre, andandogli incontro, che l’amarena gli andasse di traverso a quel taccagno maledetto: mai, manco una fetente di mattina gli aveva offerto una tazzina di caffè. Che a Napoli il caffè non è una cosa come le altre, è un sentimento, solo qui esiste una cosa straordinaria che si chiama il sospeso. Uno entra in un bar consuma e paga per un caffè in più, chi passa chiede al barista se ci sta un sospeso e se c’è ecco un caffè regalato, a chiunque, per generosità. E quell’uomo schifoso non se lo mangiava nemmeno di nascosto il cornetto, proprio in faccia a Peppino che soldi da spendere al bar non ne aveva proprio. Don Carmine, l’uomo di merda con le tasche cucite, gli faceva segno da lontano di muoversi. Peppino chiuse un momento gli occhi e se lo immaginò steso lungo lungo per terra, si stava strozzando, la faccia tutta blu, le femmine spaventate tutte intorno lo chiamavano,“corri Peppino, salvalo tu”. Lui avrebbe invece preso il resto del cornetto e glielo avrebbe spinto a forza in gola, pure don Carmine sarebbe stato d’accordo, mica si poteva sprecare. “Iamm bell, t vuò mover” la voce del padrone richiamava il cane all’ordine.

Ci stava un lavoro da fare in una bella casa di Posillipo, il quartiere dei ricchi, certi soffitti alti assai. Soffitti più alti, più pittura, più soldi per Carmine. Anche se chi possiede più soldi spesso ne vuole spendere più pochi. E Carmine allora attaccava la sua recita. Ernie, fratelli morti, figlie con l’incubatrice, che nessuno ha mai capito che volesse dire, vene varicose, ed il pezzo forte: sti giovani che vedete appresso a me. Peppino ogni volta che sentiva sta frase gli saliva la febbre ed era certo che il sangue nelle vene cominciasse a bollirgli. Prendeva 35€ al giorno e quelle poche volte che aveva provato a chiedere l’aumento si era trovato catapultato su di una torre di Babele. Don Carmine intonava infatti questa filastrocca: ma vaff… marocchini, rumeni, albanesi, puozz murì, nigeriani, cingalesi, acciret etc etc etc concludendo con un INGRATO che se non fosse stato così tragico avrebbe fatto ridere; pareva Mario Merola, buonanima, dopo un incidente con un pianoforte caduto da un palazzo: don Carmine era quasi un nano. Peppino quella vita di merda per pochi spcci non la voleva fare più, s’era messo nelle testa che avrebbe svoltato, aveva fatto centinaia di provini per Il Grande Fratello, per L’isola dei famosi, dove voleva fare il non famoso, e per tutte le schifezze che giravano in televisione, ma niente, nessuno lo voleva. Mentre stava pittando quel giorno si mise a cantare, a bassa voce come faceva sempre, Gennaro l’atro guaglione usato da don Carmine per pittare, e per fare pena ai clienti, quel giorno teneva genio di sfottere, si girò verso Peppino e gli disse: “ueue Fran Zinatra ma che te mis n’cap, tu e a pittà mica e a fa nu cuncert”. Fu in quel momento che don Carmine disse una cosa che cambiò la vita di Peppino: “Gennà statt nu poc zitt, Peppino col pennello fa cagare, ma ten na bella voce, e jamm bell jamm che stasera gioca il Napoli, muvitev…mannaggia a me can un m piglio due marocchin”.

Peppino non ci poteva pensare, pure don Carmine oltre a suo padre pensava che teneva una bella voce. Si mise in capa che avrebbe fatto il neomelodico. Trovò un’agenzia che era la migliore di tutto il quartiere dove ce ne stavano almeno cinque o sei, ed un giorno tornato da lavoro si lavò meglio che poteva, pareva un acrobata appeso tra il lavandino ed il water, cercando di lavarsi in posti che spesso trascurava, si mise una camicia, quella del matrimonio di un cugino, e di uno zio, e di un altro cugino, si mise dei pantaloni neri corti alla cavaglia, dei mocassini viola che erano una vera chiccheria, un quintale di gelatina nei capelli ed una cintura finto Gucci. Alle 19:00 di un martedì si presentò alla Stelle di domani agency per cambiare il suo futuro. Lo fece accomodare una bella bionda, con un paio di zizze che per poco non gli girava la testa, dopo poco lo ricevette un certo signor Ernesto, alto, brizzolato, sulla cinquantina, con una panza gigantesca che pareva si fosse messo un cocomero sotto la polo. Parlarono brevemente, il signor Ernesto lo fece pure cantare un pezzetto di Tu mia piccola donna, successo interregionale del piccolo Simone, un bambino neomelodico prodigio che spopolava nelle migliori radio della Campania. Ernesto gli fece segno di tacere, si avvicinò e con un tono di voce impostato disse: “Peppino, ti farò di te una stella”.

Peppino sentì le gambe sciogliersi, il cuore che pompava, le orecchie fischiavano, temette di svenire, un po’ se lo augurò, vuoi vedere mai che lo facevano rianimare dalla zizzona? Si contenne e si mise a sedere, già si immaginava alle feste di piazza, alle comunioni, e via un bacio agli sposi e a tutti gli ammalati, con le ragazzine del vicinato che si mettevano il suo poster in camera, non ce la faceva più per l’emozione, cominciò ad agitarsi sulla sedia manco tenesse il fuoco di Sant’Antonio. Ernesto poi come un colpo di grazia gli disse che, per cominciare, 3000€ sarebbero stati sufficienti. Peppino non poté fare a meno di correre verso quell’angelo panzone ed abbracciarlo, saltando e urlando per la gioia finchè il signore rubicondo non lo ghiacchiò con uno sguardo e lo spinse delicatamente ma con fermezza fuori dal raggio della sua pancia.

“Guagliò ma che’è capit? I primi soldi ce li devi mettere tu, io non ti posso aiutare così assai”

“Signor Ernesto, mò con tutto il rispetto parlando, ma se io tenevo sti soldi ma che venivo qua?”

“Guagliò tu fa na cos, sient a me, io ti mando da un amico mio, è nu brav’omm, quello ti fa fare un paio di lavoretti e così stiamo pace, vabbuon?”

“Signor Ernè ma roba pulita, quello mio padre mi scassa la faccia”

“Nennì qua troppe domande non si devono fare, se tu vuoi vivere tutta la tua vita da munnezza, fai la munnezza, io rischio co te, io ci metto i soldi miei mica i tuoi, fa tu, vir tu chell che vuò fa e po’ famm sapè.”

Peppino si stava ritirando a casa con la faccia sconsolata, come un gatto in bocca a un cane, quando il destino volle che passasse di lì Gennaro che vedendolo così, mogio mogio, non poté resistere e si mise ad alluccare per dentro a tutto il rione: “Che è Peppì, hai perso la finale di Ics Fattor?”

Peppino si fece rosso come un peperone e prese una rincorsa così esagerata che fu l’aria a dare un pugno a Gennaro prima di quello che poi gli diede lui, e senza smettere di correre tornò dal signor Ernesto: “lo faccio”, disse, e nulla più. Si trattava di portare dei pacchetti da una certa casa ad un certo portone, mai levarsi il casco, il motorino glielo davano loro e bocca cucita. Andò avanti per qualche mese tutta la faccenda, senza cantare mai nemmeno una nota, e senza vedere nemmeno un soldo, tutto per scontare quei 3000€ maledetti. Un giorno più stronzo di tutti gli altri giorni stronzi della sua vita Peppino fu trascinato a terra da un cretino con la macchina 50, caddero lui, il motorino e pure tutti i pacchetti, il casco non era allacciato e per la botta presa col mento Peppino svenne, in giro non c’era nemmeno una zizza. I carabinieri venuti sul posto presero tutti i pacchettini e appena rinvenuto Peppino si prese pure una manata in faccia dal calabrese di pattuglia, che qua proprio non ci voleva stare. Bocca cucita gli avevano detto, se ti pigliano bocca cucita e sistemiamo tutto noi.

Il signor Ernesto arrivò in parlatorio, guardò Peppino con gli occhi di un padre amorevole, fece pure una carezza sul vetro, indicò a Peppino il telefono.

“Ciao Peppì, comm stai?”

“Bene signor Ernè, ma ditemi di papà, da quando sto qua nun è venut mai, dice che sono una chiavica”

“Peppì non ti devi preoccupare di niente a papà tuo ci penso io, l’ho messo in un bell’appartamento, tiene pure la doccia, hai capito che fortuna, mo che esci facciamo pure un disco”

“….”                                                                                                                                                                                                   “Peppì “Non parli? Guarda che tu tieni una voce bella assai, che vuoi che sia qualche anno, tu sei giovane”

”Tieni pure la mamma morta, sai che successo, aaah no, quello è Sasà del quartiere stella, scusa, tu tieni la mamma zoccola, non va bene”

“…..”

”Peppì iamm nun fa accussì, mica volevi fare il pittore tutta la vita?”

”….”

“Peppì iamm lo sai IO TI FARò DI TE UNA STAR!”

“Signor Ernesto permettete il tu?”

“Certo Peppì, dimmi tutto”

“Ma vafancul!”

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

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