Cattività

Palazzone grigio, sei piani con vista su altri palazzoni grigi, una Madonna di cartongesso nell’atrio a salutare i condomini in entrata e in uscita. La portinaia, Carla, aveva spazzato e sbuffato, riempito il secchio e sbuffato e, dopo tanto sbuffare, aveva lavato le scale. La signora Ida del 5A, aldilà del portone, cercava le chiavi nella borsa ingolfata di cose e, quando era sul punto di umanizzarla a suon di parolacce, lo schivo dottor Ligresti del 3A le comparve davanti. I due si salutarono e l’uomo estrasse dalla tasca un portachiavi col quale si fece strada tra il braccio della donna e il ferro ostile, aprì il portone e cedette la strada alla signora che si lasciò sfuggire una risatina e precedette l’uomo, sconvolto da tanta confidenza, nell’androne. Un’oscura minaccia li attendeva però brandendo un secchio come scudo e un mocio come spada, e non avrebbe lasciato mai che quei due insozzassero i gradini appena tirati a lucido. A complicare tutto ci si misero i Moccia, gli anziani coniugi del 6A, che marciavano al rientro dalla spesa giornaliera, con le suole sporche, verso la lavoratrice dell’industria del pulito. Gli occhi di Carla erano iniettati di sangue e solo un miracoloso lavoro di sinapsi, raziocinio, educazione, paura di perdere il lavoro teneva insieme la sua fragile psiche. Forse tutto sarebbe finito così se, ahiloro, il destino beffardo non avesse deciso di accrescere ancora le fila dei barbari sporca-scale: Ugo Dominici, inquilino del 2A, avanzava impettito verso la cricca immobilizzata dalla furia repressa della portinaia.

 

“Eh no, cusì nun se po’ lavorà, sa? E che io posso lavà tutto i’ giorno e voi venite belli belli e mi insozzate tutte ‘e scale? Ma nun faticate mai, voi altri? Pigliateve l’ascensore che è bello grande. Sete fatto li signori che avete comprato ‘sto coso che se ponno porta’ puro gli elfanti? E usatelo!”

.
Carla vomitò con veemenza queste poche frasi che riassumevano il suo pensiero costringendo i cinque, muti e piuttosto imbronciati per la ramanzina, a ordinarsi in fila indiana e ad entrare col capo chino in ascensore. Dopo qualche colpo di tosse per l’imbarazzo, il fato –ah, dannato fato- cospirò contro quei malcapitati: andò via la luce. Qualche “Che succede”, un paio di “Uh mamma” e un non convinto “Tutto bene” del dottor Ligresti riempirono la scatola metallica satura di persone che, nel buio, si strinsero a darsi coraggio l’un l’altro, tutti tranne uno: l’ultimo arrivato. L’uomo che li aveva con la sua presenza costretti a quella sistemazione, e di conseguenza alla successiva reclusione, si agitava neanche fosse un tonno preso in rete, spingeva, roteava, stirava le braccia incurante degli altri, alla ricerca di una fuga impossibile. Ugo non risparmiò nessuno, i due anziani si presero un pugno per uno a gote alterne- come si conviene a due anime gemelle- il dottore non poté evitare una ginocchiata terribile nelle parti basse, alla quale fece seguire un urlo che la portinaia, dabbasso, avrebbe giurato fosse di donna. A proposito di donne, chi ebbe la peggio fu proprio la signora Ida. La poverina era divenuta un geco nel tentativo di sottrarsi all’attacco di quell’essere odioso, incollata alle pareti dello stretto alloggio; il rozzo essere, con la scusa della crisi claustrofobica, la palpeggiò ovunque senza che intervenisse nessuno. Dopotutto dai due poveri anziani non ci si poteva aspettare granché, ma il dottore? Beh, Ligresti era quel che suole definirsi “una brava persona”, un mediocre che lasciava che tutti si approfittassero di lui: l’ex moglie gli aveva portato via tutto, lasciandogli solo le mutande e quella casa in periferia, i figli lo disprezzavano cercandolo solo per le sue cospicue “paghette”, sul lavoro era la valvola di sfogo del primario e dei colleghi. Insignificante più che brutto, calvo, depresso e pauroso, il dottore non era riuscito mai ad aiutare se stesso, figuriamoci gli altri. La situazione, nonostante i “ma insomma…” di Ligresti, le grida di Ida, e i mugolii dei due poveri pensionati, pareva non poter peggiorare. Ma non era così. Un improvviso attacco di meteorismo trasformò Ugo in un mostro flatulento e l’ascensore in una camera a gas. A nulla valsero le preghiere di contegno, le ingiurie, le minacce: il trombone non smetteva di suonare. E con quale soddisfazione l’uomo aspirava i propri odori, quasi credesse di produrre fragranze degne di commercializzazione; se ne inebriava emettendo degli “aaahhh” densi -anch’essi- di significato. La povera vecchia prese a lacrimare, in seguito non seppe spiegare se per la situazione o il fetore. Il marito della sconsolata donna, saturo di rabbia, cominciò a tremare e, se vi fosse stata la luce, gli altri avrebbero visto che diveniva sempre più rosso in viso: un infarto era altamente possibile. Nel suo accesso d’ira il signor Moccia si rivolse a Ugo mantenendo un certo contegno: questo fu il suo errore. L’uomo infatti diede all’energumeno del “vile” e del “codardo” al che il vile e codardo, invece di rendersi conto della sua terribile condotta, prese di dileggiarlo. Una cantilena oltraggiosa prese il posto della puzza. L’inferno era arrivato in terra, per quei quattro cristi, per farsi ascensore. Intanto Carla chiedeva aiuto, prima alla Vergine e poi ai pompieri, impaurita che l’incidente le costasse il lavoro. La Vergine, ma anche i pompieri, le dissero che il tempo necessario a sbloccare la situazione era di due ore. “Tutto sommato non è tanto male”, pensò con sollievo Carla. Non sapeva quanto si sbagliava.

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I minuti scorrevano come se ogni secondo arrecasse agli astanti una nuova pena, il tempo più che dilatato era cattivo. I quattro erano sì reclusi loro malgrado con un essere ignobile, ma anche lui, presumibilmente, avrebbe voluto essere altrove a tormentare qualcun altro. Ugo infatti, durante la prigionia, non mancò di invocare quella scema -parole sue- della moglie. Colpa sua se si trovava in quella situazione! Era o non era lei che, con la scusa del settimo mese di gravidanza, s’era rifiutata di andare a comprargli le sigarette? Non le risparmiò nulla, benché, beata lei, non potesse sentirlo. Ma insulti d’ogni sorta dovettero sicuramente raggiungerla telepaticamente e procurarle almeno un capogiro. E fu così che Ugo decise di accendere una delle sigarette che per l’appunto lo avevano portato lì, procurando un attacco d’asma, manco a dirlo, al piccolo dottor Ligresti e rendendo invivibile una situazione già disagevole. I quattro malcapitati, ormai preda della disperazione, stretti tra loro pregavano che l’incubo finisse: solo il dottor Ligresti non pregava. La moglie, i figli, il primario e i colleghi gli ripetevano nella testa: “omuncolo”, “nullità”, “pagliaccio”. Quando il dottore urlò: “Basta!”, gli altri occupanti dell’ascensore si voltarono stupiti verso di lui; mentre Ugo rise scompostamente, gli altri lo guardarono speranzosi. Il mediocre, sottomesso, arrendevole dottore estrasse dalla borsa da lavoro una siringa e del potassio e, senza esitazione, la conficcò nel grasso collo di Ugo. Urla, insulti, odori, cantilene e battiti di cuore cessarono all’unisono. La pace era tornata ma, beffardo il destino, le porte dell’ascensore si aprirono un attimo dopo, tra le litanie di sollievo della portinaia. I pompieri li liberarono e lo stesso Ligresti constatò il decesso dell’energumeno: infarto, spiegò nel mendace referto. I quattro sopravvissuti, su insistenza del dottore improvvisamente risoluto e volitivo, cambiarono dopo poco palazzo e quartiere. Non si videro mai più, come imposto dal Ligresti, ma sarebbe scorretto dire che non provarono rimorso. Ancora oggi però ritengono di essere stati nel giusto, specie il dottorino al quale, di tanto in tanto, scappa un sorriso. Se così non fosse, patiranno le conseguenze nella vita dopo la morte. Solo una speranza li accomuna: che l’inferno non assomigli davvero a un ascensore.

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Categorie: d'Inediti

Autore:diLetti e Riletti

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