#ilibrinonsibruciano e non vi ho chiamati fascisti

Pare che Sigmund Freud, saputo che avrebbero bruciato i suoi libri, abbia detto “Che grandi progressi stiamo facendo. Nel Medio Evo avrebbero bruciato me, oggi si accontentano di bruciare i miei libri”. E in realtà non sapeva ancora Freud che il rischio di bruciare lui stesso c’era, ed elevatissimo, come scoprirono per loro sfortuna le sue quattro sorelle che morirono nei lager nazisti.

Il vizietto di bruciare i libri per evitare la diffusione di idee o la sopravvivenza di culture in realtà l’uomo l’ha avuto fin da quando ha iniziato a vergare caratteri su un supporto cartaceo (immagino che prima si limitasse a mandare in frantumi le tavolette d’argilla): uno dei primi episodi di pulizia “cartacea” risale alla distruzione della biblioteca di Assurbanipal, durante la quale sono andati perduti tutti i testi su carta e papiro, mentre le tavolette proprio grazie alla prolungata cottura si sono, ironia della sorte, salvate.

Nel corso degli ultimi 2500 anni, i roghi sono stati spesso alimentati dalle idee del nemico, quando non dai corpi, con effetti terribili: il 12 luglio 1562 Diego de Landa ordina la distruzione attraverso un autodafé di tutti i documenti in scrittura maya: solo quattro codici maya riescono a sfuggire al rogo. Un intera civiltà viene così annientata prima colpendone la lingua e la cultura e solo dopo eliminando gli esseri umani. E questo insegnamento i nazisti lo avevano appreso sin troppo bene, ma anche i cinesi contro i loro dissidenti, i romani  contro gli etruschi, i musulmani contro i cristiani, e i cristiani contro i musulmani e contro gli ebrei. La lista è infinita e se avete voglia di compiere un viaggio negli abissi dell’intolleranza umana, troverete qui una lista abbastanza esaustiva.

Riflettevo qualche giorno fa, e prima che si verificasse l’episodio che ha visto uno scritto di Corrado Augias dato alle fiamme, sui romanzi di Manuel Vázquez Montalbán che hanno come protagonista Pepe Carvalho. Le storie dell’investigatore-gourmet mi piacciono molto, così poco banali, popolate di umanità varia e spesso dolente, ambientate in una Spagna che porta profonde su di sé le ferite lasciate dal regime franchista: ma mentre mi siederei più che volentieri a tavola con lui, faccio fatica ad identificarmi con il personaggio centrale, come dovrebbe avvenire leggendo. E questo è dovuto -ne sono convinta- proprio all’insana abitudine di Carvalho di bruciare libri nel camino: libri scelti a caso o volutamente selezionati per una sorta di ripicca verso la lettura, che ha tenuto lontano con le sue belle idee l’uomo Carvalho dalla realtà che lo circonda. Un nichilismo assoluto che si sfoga su quelli che le belle idee hanno propalato: i libri, appunto.

Dopo questo excursus vorrete sicuramente dirmi che sto dando del fascista o del nazista a quell’essere che ha bruciato il libro di Augias, che guardo il dito e non la luna, che mi faccio imbrogliare dai media venduti, che questo blog è finanziato da chissà chi (magari, dico io). No, io voglio esprimere solo un mio personale punto di vista: bisogna stigmatizzare certi episodi, prenderne le distanze. Nessun fascista ma, mi meraviglio di me stessa, un coglione.

Emarginare chi brucia un libro è il minimo perché persone come me guardino la luna, altrimenti non ci riesco, mi spiace. Gli insulti sessisti non vanno spiegati, ma condannati sempre, come i ceffoni senza dubbio, e quindi perché non farlo? Qual è la ragione per cui invece si procede spediti con al massimo una mezza rettifica? Il dubbio che l’atteggiamento derivi dalla volontà di non voler scontentare nessuno è alto, ma non è questa una vecchia dinamica alla Tomasi di Lampedusa? Quando le femministe bruciavano i reggiseni, non bruciavano delle parole né dei pensieri: bruciavano un oggetto che era un legaccio imposto dalla buona creanza, ma non un veicolo di idee. Era il gesto, il veicolo. Bruciare un libro è distruggere la possibilità di un pensiero altro.

Lo vedo il nuovo, li vedo i tentativi di cambiare davvero le cose, ma perché non accettare il dissenso? Non è forse stato proprio il dissenso verso lo stato pietoso del nostro Paese a chiedere rinnovamento e ad esprimere un’esigenza di rottura e non continuità? Non prestatevi alle strumentalizzazioni per poi lamentarvene, se un deficiente brucia un libro spiegategli che con le idee ci si confronta. I toni non mi interessano, si può urlare, protestare: io ascolto, ma non tollero le chiusure., le chiusure mi sanno di setta e oligarchia. Siete al mio servizio, come gli altri seduti in quel parlamento, e forse siete meglio ma se parlate a mio nome, come dovreste, allora ditelo: #ilibrinonsibruciano.

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Categorie: diGressioni

Autore:diLetti e Riletti

Blog di libri, letture, divagazioni. www.dilettieriletti.wordpress.com

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